I temporali: un ordinario, straordinario fenomeno

Siamo così abituati ad avere a che fare con i temporali che ci dimentichiamo quanto siano straordinari. Quanta energia sia sprigionata da un fulmine, quanta in un singolo evento.

Un fulmine causa un riscaldamento dell’aria fino a 50 mila gradi, di conseguenza si verifica uno spostamento d’aria che genera il rombo del tuono. Luce e rombo, quando la scienza non aveva risposte, e non è che oggi capisca tutto, facevano fantasticare le persone di vendette degli dei, di fulmini scagliati. Ma non perché oggi sappiamo qualcosa in più non ci sia motivo per non rimanere affascinati da questa potenza.

Una potenza che si scatena in maniera differente da Nord a Sud dell’Italia. Se in estate sono le Regioni del Nord a subirne più le conseguenze, in inverno è il Sud a farne le spese. Una differenza che possiamo comprendere a livello di scala sinottica, o grande scala. L’estate è il momento dei temporali locali, di calore, che necessitano di un forte riscaldamento del suolo, ideale quindi il clima continentale della Pianura Padana, oltre che in generale delle dorsali montuose, che invitano l’aria a salire.

L’inverno invece è il momento della genesi di temperali frontali dovuti all’abbassamento della latitudine del Vortice Polare che va a scontrarsi con le acqua miti e con l’umidità del mare. Il fattore marino non è mai da sottovalutare, in quanto ogni temporale parte dal presupposto che ci sia umidità, almeno il 45% nell’aria. E’ una machina termica che trasporta acqua fino a quote tali che la temperatura sia di -20°C e si inneschino moti ascendenti e discendenti. Il calore latente di evaporazione è l’energia che si trasforma in energia del temporale anche sotto forma di venti. Il trasporto di cariche e la loro separazione all’interno della nube fanno sì che si creino le diffeenze di potenziale adatte per lo scatenamento di lampi interni alla nube e fulmini con il suolo, dal momento che la terra subisce a causa delle cariche soprastanti un accumulo di cariche sia al di sotto che a distanza della nube. E’ così possibile osservare scariche “a ciel sereno”, cioè a distanza dal temporale stesso.

Per quanto concerne la quantità totale di fulmini si deduce da uno studio del C.E.S.I. che dispone di una eccellente rete di fulminometri distribuita su tutto il territorio, che la maggior frequenza è sulla Pianura Padana, la Ligura Centro-Orientale, parte del Lazio e l’angolo Sud-Occidentale della Sardegna, con oltre 4 fulmini per chilometro quadrato l’anno.

Le aree meno interessate da fulmini sono gran parte della Sicilia continentale, l’interno della Sardegna e l’estremo angolo Nord-Occidentale Alpino. Probabilmente ciò è spiegabile, per quanto riguarda le isole, con la continentalità del clima, mentre i temporali sono in maggior parte distribuiti sulle coste, mentre in estate, pur essendoci situazioni di estremo calore sul terreno, mancano le minime condizioni di instabilità verticale e umidità  per la genesi dei tempoali locali di calore o anche dei deboli cavi d’onda di cui beneficia la Pianura Padana. Per quanto riguarda invece l’angolo Nord-Occidentale ritengo che in estate tale area risulti meno interessata dalle correnti perturbate che a volte lampiscono il Nord-Est, mentre i temporali più violenti e intensi, anche con una frequenza di 4-6 fulminazioni al secondo, interessano le aree surriscaldate pianeggianti, ove sono più frequenti anche i fenomeni tornadici.