
“Quei limiti”, spiega Biino, “attualmente uguali per tutti, dovrebbero adattarsi alle differenze di genere, all’età e alle aree geografiche del nostro Paese”.
Sono stati presi in esame 40.987 soggetti provenienti da 3 studi epidemiologici (1-3) che investigavano la distribuzione della conta piastrinica negli abitanti di 7 aree italiane di cui 6 isolati genetici, importanti per analizzare le malattie complesse grazie all’elevata omogeneità genetica e alla ridotta variabilità ambientale. La disponibilità dei dati di conta piastrinica di un campione così esteso ha permesso l’identificazione di nuovi intervalli di riferimento, sesso ed età-specifici, utili a una diagnosi più accurata di trombocitopenie (espressione di una ridotta produzione piastrinica) e trombocitosi (patologia opposta, caratterizzata dalla presenza di un esagerato numero di trombociti).
“Ciò che abbiamo osservato”, afferma la ricercatrice dell’Igm-Cnr di Pavia, “è che oggi, con un campione così grande di persone studiate, possiamo definire con esattezza che esistono variazioni importanti nel numero delle piastrine. È giunto, quindi, il momento di ripensare quei valori di riferimento uguali per tutti”.
La ricerca mostra come le donne abbiano mediamente un numero più alto di piastrine rispetto agli uomini. “Ma anche l’età è importante”, aggiunge ancora Biino. “Negli anziani, ad esempio, si nota una diminuzione progressiva. Nei ragazzi al di sotto dei 15 anni, invece, il numero è decisamente più alto rispetto agli altri periodi della vita, senza particolari differenze tra uomini e donne. Infine, difformità significative sono state riscontrate tra le diverse aree del territorio italiano prese in esame. Con questi dati, appare evidente che i valori di normalità non possono essere uguali per tutti”.
Da qui la possibilità di pensare a una nuova definizione dei limiti di normalità per le piastrine del sangue. I valori usati in laboratorio oggi possono andare bene per l’età adulta, ma non per i bambini e gli anziani dove le differenze si notano maggiormente.
“In futuro”, conclude la ricercatrice, “questi studi potranno contribuire allo sviluppo di nuovi metodi di indagine e quindi a terapie sempre più personalizzate”.
