
“La sismicità tipica dell’area romana intesa come Roma città, quindi, è molto moderata” conclude Marra, spiegando che “scosse di questo tipo non possono provocare danni seri al patrimonio edilizio, a meno di situazioni di particolare vulnerabilità degli edifici“. E qui entriamo in un argomento che è fondamentale in tutta la vicenda sismica. “E’ un problema – continua infatti l’esperto dell’Ingv – generale, non solo di Roma ma di tutt’Italia e di tutto il mondo. La gente non muore per il terremoto in sè, ma per le costruzioni e per come sono costruiti gli edifici. Il problema più serio di Roma è che non si sa assolutamente, dal dopoguerra in poi, come si comporterebbero gli edifici in caso di terremoti al limite della magnitudo attesa per questa zona“.
Marra, però, ci spiega che il principale rischio sismico di Roma non viene dai Castelli Romani o dalla città in sè, ma da più lontano, da quell’Appennino centrale in cui possono verificarsi scosse molto molto più forti, con ripercussioni anche sulla Capitale.
“Già il terremoto di tre anni fa a L’Aquila è stato molto avvertito in città, ma non ha provocato danni. Dopotutto era di magnitudo 6. Il problema vero è che sull’Appennino centrale possono verificarsi terremoti molto più forti, fino a magnitudo 7 com’è accaduto nel 1915 ad Avezzano. In quell’occasione a Roma non ci furono morti, ma molti danni distribuiti su gran parte della città, soprattutto in alcune zone che poi abbiamo individuato come le valli alluvionali“.
Proprio quello delle valli alluvoinali è il più grande rischio sismico di Roma: “dagli anni ’80 in poi – continua Marra – dopo il terremoto di Messico City, si capì che questi terreni erano in grado di amplificare lo scuotimento del suolo in occasione di terremoti anche lontani. Molte zone di Roma sono costruite sui terreni alluvionali, a partire dalla valle del Tevere che va da Prati a piazza Venezia fino a San Paolo ed è larga oltre 2 chilometri, fino a una serie di valli affluenti da est, non riconoscibili dalla morfologia perchè ormai completamente urbanizzate, come la valle della Caffarella in corrispondenza del terminal “Ostiense”, la valle di Grotta Perfettta e il Viale Giustiniano Imperatore. E poi ancora la Valle di Tre Fonrtna e la Valle di Vallerano. Queste zone sono state intensamente urbanizzate soprattutto negli ultimi 20-30 anni. Non possiamo purtroppo sapere come si comporterebbero tutti gli edifici lì costruiti, perchè non conosciamo le caratteristiche costruittive degli stessi edifici. Circa 10 anni fa a Roma si era previsto di fare un “Fascicolo dell’Edificio”, ma poi i buoni propositi, come spesso accade sono naufragati e non è mai stato fatto. Sostanzialmente il rischio sismico, a Roma come in tutt’Italia, dipende dal fatto che non siamo in grado di fare la stima della vulnerabilità degli edifici, anche se sappiamo quali aree possono amplificare lo scuotimento. Noi possiamo fare una mappatura dei terreni che possono amplificare lo scuotimento, ma manca la parte ingegneristica e strutturistica che è quella più importante, i morti sono sempre causati dalle modalità costruttive degli edifici, come abbiamo visto in Emilia Romagna dove sono crollate sì case antiche, ma anche capannoni modernissimi. Prima di mettere in atto la normativa antisismica bisognerebbe stimare lo scuotimento atteso, a Roma manca questo passaggio intermedio. Nella capitale alcune zone sono classificate come zone ‘A’, altre come zone ’2B’, riclassificate di recente, ma è una divisione fatta per municipi, non tiene conto della geologia, e francamente non saprei dire nemmeno esattamente qual’è il criterio con cui è stata fatta questa zonazione, e comunque non è sufficiente perchè il problema serio sono le modalità di costruzioni degli edifici. Alcuni palazzi o altri potrebbero risentire delle amplificazioni in modo più o meno significativo, l’incognita di Roma è le modalità con cui si è costruito“.