
A Viareggio i fautori dei megaparcheggi insistono sull’assoluta necessità di creare nuovi posti-auto nel centro cittadino come se ciò rappresentasse una panacea per i problemi di congestionamento del traffico e sovraffollamento dei mezzi di locomozione, oltre ad incentivare un turismo che, complice la crisi globale, mostra da tempo preoccupanti trend negativi. I detrattori, al contrario, sostengono l’inutilità di un simile scempio ambientale che, seppur invisibile architettonicamente, arrecherebbe parecchi disagi alla cittadinanza durante la sua costruzione ed aggraverebbe una situazione ambientale già difficile. Una diatriba che si ritrova in gran parte d’Italia ogni volta che si deve realizzare un’opera pubblica. Perché l’ambiente ed il territorio pagano comunque un tributo ad ogni costruzione, grande o piccola che sia. Lo sanno bene, tanto per fare un esempio, gli abitanti del Mugello dove negli anni ’90 gli scavi per le gallerie dell’Alta Velocità ferroviaria hanno prodotto inquinamento delle falde acquifere, deturpando un territorio incontaminato. Così come lo sanno i cittadini della Costa Viola, in Calabria, dove il continuo passaggio dei camion, atti a smaltire i materiali terrosi di scarto degli scavi per il riammodernamento della famigerata Salerno-Reggio Calabria, ha creato diverse problematiche, non solo di traffico, in una zona ad altissima vocazione turistica. Per non parlare di quanto accaduto a Genova ed alle Cinque Terre nel 2011 quando le acque sono tornate ad occupare i vecchi alvei fluviali, insanamente cementificati, con le tragiche conseguenze che tutti conosciamo. Questo significa che non è soltanto la realizzazione di un’opera in sé a creare danno quanto anche tutto ciò che le gravita attorno: figuriamoci cosa può accadere per una mega-costruzione sotterranea in pieno centro cittadino, in un’area che in estate raddoppia i suoi abitanti ed in un territorio già sottoposto a diversi rischi ambientali.
Nessuno discute la fattibilità delle opere sotterranee dal punto di vista tecnico. Il problema sta nella tutela ambientale, paesaggistica ed urbana della città nonché nella salvaguardia dei cittadini e delle future generazioni. Negli ultimi 50 anni a Viareggio la falda acquifera s’è innalzata verso il piano campagna ed oggi la sua profondità è mediamente intorno al metro. Quando arriva un temporale od un nubifragio, le strade della città si allagano rapidamente e nelle pinete, i famosi parchi cittadini a due passi dal mare, si formano pozzanghere e laghetti che persistono a lungo: il terreno è saturo d’acqua. Ciò comporta significative problematiche al patrimonio immobiliare: le cantine, che a Viareggio abbondano, sono ormai immerse nell’acqua ed i muri, anche se di cemento armato, iniziano a “soffrire”, neanche fossimo a Venezia. Le cause che hanno prodotto questa situazione sono essenzialmente due: il continuo emungimento (pompaggio) di acque dal sottosuolo (sia per abbassare la falda in modo da scavare in sicurezza durante la costruzione di edifici che per usi agricoli od industriali) e l’abnorme numero di cantine realizzate durante la grande urbanizzazione viareggina nella seconda metà del Novecento. Scavare significa alterare l’equilibrio geologico-idrogeologico del sottosuolo e togliere spazi alla falda acquifera che inevitabilmente tende ad alzarsi verticalmente. Scavare troppo e male, provocando continui flussi e riflussi verticali delle acque, come accaduto a Viareggio, amplifica questo disequilibrio che, a lungo andare ed in condizioni estreme, provoca scompensi nell’edificato, con crepe e cedimenti. Alcuni Comuni della Versilia, proprio per ovviare a questa grave situazione, hanno limitato gli scavi sotterranei. A Viareggio invece proprio l’esatto contrario: vogliono continuare a scavare.
Altro problema, non secondario: l’innalzamento del cosiddetto cuneo salino ovvero della superficie di separazione tra acqua dolce e salata nel sottosuolo. Una situazione tipica delle zone litoranee e che in talune circostanze ha già creato notevoli problemi ambientali. In sostanza ad una certa profondità nel sottosuolo, variabile in funzione delle condizioni locali, l’acqua da dolce diventa salata. Se questa interfaccia si innalza, a parte il peggioramento delle caratteristiche chimico-fisiche dei suoli, si corre il rischio di diminuire fortemente la quantità di acqua dolce a disposizione, in particolare per i pozzi artesiani, con conseguenze nefaste su colture ed approvvigionamento idrico. In certe zone periferiche di Viareggio, dove le coltivazioni sono particolarmente intense, la salinità dell’acqua di irrigazione è già salita a livelli di guardia senza che nessuno abbia ancora preso seri provvedimenti. Innestare in questa situazione, già al limite della criticità, diverse megaopere sotterranee a cento metri dall’attuale riva del mare, non sembra la migliore soluzione ecosostenibile.
Ma i problemi non finiscono qui. Viareggio non è mai stata sede epicentrale di un terremoto disastroso, però si trova in una particolare situazione geografica e geologica. Tutti in città hanno chiaramente avvertito la scossa sismica del 25 gennaio 2013, con epicentro in Garfagnana, di magnitudo 4.8 (Terremoti: tettonica, sismicità e rischi di Garfagnana e Versilia). Nel 1920 la Garfagnana, zona sismica ben nota che si trova ad una distanza di circa 30 km in linea d’aria da Viareggio, fu sede di un terremoto devastante che causò oltre 200 vittime e rase al suolo decine di paesi tra cui Piazza al Serchio, Castelnuovo e Fivizzano, in Lunigiana. A Viareggio sono documentati danni alle chiese di S. Paolino e S. Andrea, chiuse al culto per diversi giorni. Questo terremoto aveva una magnitudo di 6.5, centinaia di volte più potente di quella del 25 gennaio 2013. Non si deve essere catastrofisti per ritenere possibili danni significativi in caso del riverificarsi di un sisma analogo nell’immediato futuro.
Anche perché esiste la possibilità teorica di assistere al fenomeno della liquefazione, presentatosi pure in Emilia nel terremoto di maggio 2012. In sostanza, i terreni sabbiosi se sottoposti ad una scossa sismica rilevante (con magnitudo almeno 5.5) ed in presenza di una falda acquifera prossima al piano campagna (proprio come a Viareggio), si fluidificano ovvero si comportano come fluidi plastici e perdono consistenza, diventando una specie di “sabbie mobili” che tendono ad eruttare in superficie. I fabbricati che si trovano sopra questi terreni possono dunque “galleggiare” come zattere sul mare, sprofondare o rovesciarsi, soprattutto se le “sabbie mobili” non trovano vie di fuga all’interno del fabbricato stesso, sfondando il pavimento. In Emilia è successo e teoricamente può accadere anche a Viareggio, in particolare per le tante strutture sotterranee. Ecco dunque che un grande parcheggio sotterraneo, una specie di scatola vuota dalle pareti di cemento armato, in presenza di liquefazione potrebbe “galleggiare”, con conseguenze apocalittiche. Alcuni considerano questi casi al limite dell’assurdo. Ma molti soloni dicevano questo anche per il verificarsi di un forte terremoto in Emilia: così sono stati costruiti capannoni industriali senza i dovuti accorgimenti antisismici ed abbiamo visto il risultato. A Viareggio qualcuno comincia a chiedersi se la città corra il rischio di fare la stessa fine di Mirandola o San Felice sul Panaro. Perché, è bene sottolinearlo, la classe sismica in cui rientra l’intera Emilia è esattamente la stessa di Viareggio (La Versilia come l’Emilia? Il rischio-liquefazione è molto remoto ma teoricamente presente). Dobbiamo imparare dalle catastrofi, non perseverare negli errori.
Allo scavo di migliaia di metri cubi di terreno in pieno centro cittadino si collegano infine altre problematiche meno subdole e più immediate. Innanzi tutto si deve “abbattere”, ovvero abbassare, la falda freatica, in modo da scavare in sicurezza, evitando il rischio di crolli. Questo comporta il pompaggio costante e continuo di grandi quantità di acqua dal sottosuolo e dunque un’ulteriore forte modifica agli equilibri idrogeologici dell’area. La realizzazione di una “scatola” di cemento armato provoca la sostanziale impermeabilizzazione del terreno, con sovraccarico sul sistema di drenaggio delle acque superficiali che, già di per sé, non è al momento ottimale. Inoltre la falda acquifera si innalzerebbe ulteriormente, in particolare a monte dell’opera. Ma per realizzare la “scatola” è necessario estrarre dal sottosuolo migliaia di metri cubi di terreno che poi devono essere smaltiti, trasportandoli tramite appositi camion. Ciò significa intere giornate di traffico impazzito. File di camion sporchi e terrosi nelle vie cittadine: se piove, il fango caduto dai camion e dalle loro ruote ricopre le strade. Se non piove, la polvere ammanta passanti, auto, alberi, edifici. Se c’è vento, l’intera città viene invasa dalla polvere. A questo aggiungete l’aumento dell’inquinamento da gas di scarico e maggiori quantità di polveri sottili nell’aria. Tutto questo per cinque giorni la settimana, per almeno due anni, anche d’estate. Un incubo ambientale assoluto per una città che vive di turismo e vuole regalare agli ospiti svago, divertimento, relax, serenità. Come ne uscirebbe Viareggio? Siamo sicuri, al di là di ogni ragionevole dubbio, che Viareggio abbia veramente bisogno di questo ulteriore scempio, solo per qualche posto-auto in più? In questo senso la battaglia ambientale sostenuta da alcune forze politiche (in particolare la lista civica “Viareggio tornerà bellissima”, SEL, altri partiti della Sinistra) ed associazioni (Italia Nostra) può rappresentare un simbolo per l’Italia intera. Perché se la costruzione di mega-opere sotterranee nei centri cittadini è indubbiamente fattibile a livello tecnico, spesso può porre problematiche ambientali importanti, soprattutto per le conseguenze in corso d’opera e l’aumento della vulnerabilità di un territorio già provato da sconsiderate politiche urbanistiche. Non è continuando a scavare migliaia di metri cubi, asfaltando e cementificando, che si contribuisce alla salvaguardia dell’ambiente e del territorio. A Viareggio come nell’Italia intera.
