I popoli indigeni che vivevano nel Sud-Est del Brasile alla fine del 1800 avevano in comune alcune sequenze genetiche con i polinesiani, secondo quanto mostra l’analisi dei loro resti effettuata da un team di ricercatori dell’Universita’ di Minas Gerais in Brasile. La scoperta offre qualche supporto alla teoria che sostiene l’esistenza di un commercio tra le isole del Pacifico e il Sud America migliaia di anni fa, ma i ricercatori sostengono che le sequenze di DNA,o aplogruppi, potrebbero aver “invaso” i genomi dei brasiliani nativi attraverso il commercio degli schiavi durante il diciannovesimo secolo. La maggior parte degli scienziati concorda sul fatto che l’uomo sia arrivato in America tra 15 mila e 20 mila anni fa. Ma il momento esatto e il numero di ‘flussi migratori’ non sono ancora chiari, a causa soprattutto delle notevoli variazioni delle caratteristiche fisiche diffuse tra i primi americani. Un ampio gruppo di questi paleoamericani – i Botocudi che vivevano nelle regioni interne del Brasile sud-orientale – si distingueva per la forma del cranio intermedia tra quella di altri paleoamericani e quella di una presunta popolazione ancestrale dell’Asia orientale. La nuova analisi genetica ha fatto luce sul potenziale patrimonio genetico dei Botocudi, analizzato attraverso lo studio dei denti estratti da quattordici teschi conservati in un museo di Rio de Janeiro. Il Dna mitrocondriale di dodici teschi e’ risultato riconducibile ad un noto aplogruppo paleoamericano mentre il Dna mitocondriale di due teschi e’ risultato appartenere ad un aplogruppo comunemente rilevabile in Polinesia. Lo studio condotto dal genetista Se’rgio Pena e’ stato pubblicato sulla rivista Pnas.
