
Gli uccelli marini che hanno perso la capacita’ di volare nel tempo, come i pinguini, hanno rinunciato al volo in cambio di una maggiore efficienza nel nuoto in termini di dispendio energetico correlato al successo motorio e predatorio. Un compromesso evolutivo che in alcune specie di volatili che si trovano “a meta'” tra il nuotare e il volare appare in un equilibrio sottile, suscettibile di cambiamenti che potrebbero verificarsi attraverso le generazioni, determinando l’addio al cielo o al mare per alcuni animali. E’ il risultato di un nuovo studio delle Universita’ di Manitoba e del Missouri che ha valutato il rapporto costo-benefici delle attivita’ di volo e di nuoto di due specie di uccelli: l’uria di Brunnich (Uria lomvia) e il cormorano pelagico (Phalacrocorax pelagicus). I primi nuotatori che sfruttano la propulsione delle ali, i secondi che puntano sulla propulsione delle zampe: per entrambe le specie i costi del volo sono i piu’ alti mai registrati tra i vertebrati. I costi di immersione sono invece risultati alti per i cormorani e bassi per l’uria ma molto piu’ elevati di quelli dei “cugini” pinguini che hanno perso l’abilita’ di volare, adattativamente abbandonata quando il prezzo energetico del volo ha superato i vantaggi. Una possibilita’ che, stando ai risultati della ricerca pubblicata su Pnas, potrebbe riguardare anche le due specie di volatili analizzate che potrebbero abbandonare le pinne o le ali, a seconda dell’attivita’ che risultera’ un giorno meno faticosa.