Molare 1935: un libro ricorda il disastro

La campagna intorno a Capriata, completamente inondata. I morti del disastro furono 111
Il lago di Ortiglieto, generato dagli sbarramenti lungo il corso del fiume Orba: il disastro di Molare nasce in questi luoghi
La diga vista da valle. Il malfunzionamento degli sfiatatoi non consentì il corretto svuotamento dell’invaso
La diga secondaria, la cui costruzione si rese necessaria una volta stabilito di aumentare la capacità dell’invaso. Fu il cedimento di questa struttura, realizzata senza il minimo controllo geologico, a causare l’enorme ondata nella valle sottostante
La terribile ondata giunge ad Ovada, con la popolazione atterrita che guarda inerme il disastro. Particolarmente colpita la zona denominata “il Borgo” dove morirono 65 persone
Il ponte di Belforte, distrutto dalla terribile ondata che risalì lo Stura verso monte per oltre un km

1Il geologo genovese Vittorio Bonaria ha appena realizzato il libro “Storia della diga di Molare – Il Vajont dimenticato”, edito da Erga Edizioni, 352 pagine, prezzo 25,00 euro. L’opera racconta, con dovizia di particolari e numerose immagini, il disastro che il 13 Agosto 1935 si verificò nella Valle d’Orba, Piemonte sud-orientale, provincia di Alessandria. Un evento catastrofico importante, ma oggi dimenticato, e che Bonaria riporta magistralmente alla luce grazie ad una ricostruzione particolareggiata di prodromi, cause ed effetti.

Tutti conoscono il Vajont e qualcuno ricorda il Gleno, ma molti hanno dimenticato la Val d’Orba. Questi tre eventi, in effetti, risultano simili nello sviluppo anche se differiscono sotto l’aspetto delle cause: una gigantesca ondata si riversò nella valle sottostante, partendo da un lago artificiale. Se nel Vajont fu un’enorme frana a provocare la catastrofe, per il Gleno gli studiosi ancora oggi rimangono dubbiosi nella valutazione della principale causa scatenante. Nella Val d’Orba invece tutto è chiaro. Anche qui, come ci ricorda il geologo Giampiero Petrucci, prendendo spunto dall’ottimo libro di Bonaria, tutto nasce da una diga.

Il lago di Ortiglieto, generato dagli sbarramenti lungo il corso del fiume Orba: il disastro di Molare nasce in questi luoghi

La diga. La struttura, realizzata in cemento sul fiume Orba, a scopi idroelettrici, vede modificato il suo progetto iniziale in corso d’opera, con l’aumento dell’altezza fino a 47 metri. Però, dato il conseguente aumento di capacità dell’invaso e l’altitudine maggiore raggiunta dal massimo livello del bacino, questa variazione comporta la costruzione di un altro sbarramento, detto diga secondaria, sulla sinistra orografica del primo, al fine di impedire la tracimazione delle acque in un’area in cui non era inizialmente prevista alcuna struttura: se infatti il livello del bacino fosse stato mantenuto nelle condizioni previste dal primo progetto, non ci sarebbe stato bisogno di questa ulteriore diga. Il nuovo sbarramento, alto una dozzina di metri, viene tuttavia realizzato senza rilevamenti geologici adeguati e con un errore di fondo: data la supposta buona qualità delle rocce presenti nel sito, non viene costruito in cemento armato ma bensì in calcestruzzo ed a gravità. Il lago che risulta dall’opera, detto di Ortiglieto, si inoltra verso monte per circa 5 km, ha una larghezza intorno ai 400 metri e può contenere fino a 18 milioni di mc. Nel 1925 l’impianto entra in funzione: l’energia è prodotta tramite una moderna centrale elettrica sistemata poche centinaia di metri più in basso del lago.

Il disastro. Il 13 agosto 1935 un violentissimo nubifragio si scatena nel bacino dell’Orba: in 8 ore cadono circa 400 mm di pioggia mentre nelle 24 ore si registra addirittura una quantità di precipitazioni pari al 30% della media annua. Il livello del lago di Ortiglieto si alza pericolosamente ed in fretta: per evitare guai, si aprono i sifoni e lo scaricatore di superficie della diga. Ma gli scarichi non funzionano regolarmente, probabilmente a causa di detriti e fango accumulatisi sul fondale del lago: l’acqua in breve raggiunge il culmine dei due sbarramenti. Non si riesce a svuotare il bacino, nonostante tutti i tentativi.

La diga vista da valle. Il malfunzionamento degli sfiatatoi non consentì il corretto svuotamento dell’invaso

Alle 13.15 la diga secondaria collassa sotto un volume stimato di almeno 20 milioni di mc di acqua, fango e detriti. Un’immensa onda, alta una ventina di metri, si riversa nella valle sottostante, travolgendo boschi, cascine, persone, animali, sponde, ponti. La centrale elettrica è letteralmente distrutta, resistono soltanto le condotte di ghisa. Molare, la prima cittadina a valle della diga, fortunatamente posta su un’altura, una trentina di metri al di sopra dell’Orba, si salva: l’abitato non viene toccato dalla furia delle acque che travolgono invece il ponte della statale del Turchino, alto 15 metri, e quello della ferrovia. Dopo Molare, l’onda distrugge i borghi di Ghiaie, Monteggio, Geirino e Rebba. Abbatte diversi ponti, poi si getta su Ovada, che a quel tempo conta circa 10mila abitanti, quando sono passate da poco le ore 14. Qui si accanisce particolarmente sulla località detta il Borgo, sulla sponda sinistra del fiume. Alla confluenza tra Orba e Stura, le acque dei due fiumi si scontrano ad alta velocità e quelle dello Stura tornano indietro con tanta forza che un km più a monte viene distrutto il ponte di Belforte: un caso più unico che raro, una specie di “onda alla rovescia”, come uno tsunami che risale l’alveo. Rinforzata dalla piena dello Stura, l’onda rompe gli argini ed invade il fondovalle, allagando campagne e trascinando via altri edifici. I territori di Silvano d’Orba, Predosa e Capriata subiscono gravi danni che si protraggono fin quasi ad Alessandria ed alla confluenza col Bormida. Alla fine si contano 111 vittime.

La diga secondaria, la cui costruzione si rese necessaria una volta stabilito di aumentare la capacità dell’invaso. Fu il cedimento di questa struttura, realizzata senza il minimo controllo geologico, a causare l’enorme ondata nella valle sottostante

Il processo. Tre anni dopo si svolge un processo atto a stabilire cause e responsabili del disastro. La verità pare evidente a tutti: progetto sbagliato, manutenzione errata. Invece il dibattimento si risolve in una mezza farsa e gli imputati, dirigenti della società che gestisce la diga, vengono tutti assolti. Si dà la colpa alle precipitazioni eccezionali, all’imprevedibilità dell’evento piovoso. Si testimonia che l’impianto è stato costruito secondo le leggi e le conoscenze vigenti, che la mancata attivazione degli scarichi di fondo è stata ininfluente ai fini dell’esondazione. Tutto viene messo a tacere ed oscurato, il disastro cade nel dimenticatoio. In quel tempo, siamo in piena era fascista, l’Italia deve essere perfetta, non sono ammessi errori, esiste addirittura un Impero. Invece da questa catastrofe si può, anzi si deve, imparare.

L’errore. Il problema non sta nella diga principale che tra l’altro ha resistito, sia pure con difficoltà, all’impatto della piena: è ancora in piedi, abbandonata ed isolata, inutile spettro di archeologia industriale. Si può anche visitare: il libro di Bonaria contiene pure una guida per gli escursionisti, con tanto di sentieri ed informazioni utili per raggiungere il sito. L’errore fondamentale è stato voler aumentare la capacità dell’invaso e dunque essere costretti a costruire la diga secondaria in un sito non idoneo. Come dimostra il libro di Bonaria, nella progettazione della diga secondaria è stato follemente trascurato l’aspetto geologico-ambientale al punto che non è stato ritenuto significativo l’apporto di un geologo nella fase di progettazione.

La terribile ondata giunge ad Ovada, con la popolazione atterrita che guarda inerme il disastro. Particolarmente colpita la zona denominata “il Borgo” dove morirono 65 persone

A Molare nel 1935 una volta di più politica ed amministrazioni locali hanno mancato l’appuntamento con la salvaguardia del territorio. Errare è umano, ma perseverare è diabolico: per questo non dobbiamo dimenticare né stancarci di ricordare gli eventi catastrofici del passato. Per questo i libri come quello di Bonaria devono essere accolti col massimo dei voti e dell’apprezzamento.

Per approfondimenti si consiglia di visitare il sito www.molare.net che ringraziamo per la gentile concessione delle immagini qui presenti.

Il libro “Storia della diga di Molare – Il Vajont dimenticato” di Vittorio Bonaria può essere ordinato a Erga Edizioni – tel. 0108328441 – www.erga.it/edizioni/ oppure presso www.ibs.it