Alpi, doppia tragedia sul ghiacciaio di Gran Zebrù, 6 morti. Messner: “troppo caldo per scalare”

”Io con questo caldo non andrei a fare una salita sul Gran Zebru’. Gli escursionisti esperti lo dovrebbero sapere”: lo ha detto l’alpinista altoatesino Reinhold Messner, che nella sua carriera ha conquistato tutti gli Ottomila senza utilizzare le bombole d’ossigeno. Messner conosce molto bene il Gran Zebru’, avendolo scalato almeno una ventina di volte seguendo vie differenti. Anche la via normale, dice Messner, e’ molto pericolosa con le alte temperature e se l’inverno ha portato tanta neve. ”Io penso, ma non posso dimostrarlo, perche’ non sono salito, che nella zona dell’incidente sia caduta una valanga di neve bagnata. Con le attuali temperature la neve non riesce a solidificarsi creando cosi’ una situazione di forte pericolo. La neve bagnata tende a scivolare”. In questi casi, spiega Messner, ”anche avere la piccozza non garantisce sufficiente sicurezza”. Messner ricorda che la tragedia con i sette morti del 5 agosto 1997 fu nella stessa zona e con analoghe condizioni climatiche. Faceva molto caldo, ricorda lo scalatore, e durante la notte la neve non si ghiacciava.

In rosso il tracciato seguito dalle due cordate

Il ghiacciaio del Gran Zebru’, nel gruppo dell’ Ortles, tra Alto Adige e Lombardia, dove oggi sono morti sei alpinisti, gia’ in passato e’ stato teatro di sciagure con molte vittime. Nei quattro incidenti piu’ gravi, tra il 1989 ed oggi, sono morte 20 persone: – il 24 luglio 1989 morirono quattro alpinisti italiani mentre scalavano la parete nord, nei pressi di Solda, in Alto Adige; – il 15 maggio 1994 tre escursionisti tedeschi persero la vita travolti da un lastrone di neve e ghiaccio, nei pressi del rifugio Citta’ di Milano; – il 5 agosto 1997 morirono sette persone: prima quattro escursionisti di Reggio Emilia, qualche ora dopo una guida alpina venostana e due turisti tedeschi. – Oggi sei morti: tre alpinisti altoatesini, due escursionisti di Parma e uno di Novara.

alpinismoIl Gran Zebru’, ovvero la Cima del Re, e’ il ‘colosso’ che oggi e’ stato teatro di due gravi incidentidi montagna, costati la vita a sei alpinisti. Per scoprire le origini del nome bisogna rifarsi a una leggenda medioevale: un sovrano, Johannes Zebrusius, chiamato “il Gran Zebru'”, feudatario nel XII secolo della Gera d’Adda (territorio realmente esistente, oggi in provincia di Bergamo). Una montagna dal profilo affilato, una piramide con spigoli dall’inclinazione ardita, oltre i 45 gradi. Domina due valli di alta quota: la Val Zebru’ sul versante valtellinese, quindi Lombardia, tributaria della bassa Valfurva in cui confluisce a est di Bormio, e la Valle di Solda (Suldental), quindi Alto Adige, sul versante tirolese, tributaria della Val Venosta. Il Gran Zebru’ e’ stato teatro anche di battaglia durante la Prima guerra mondiale. Konigsspitze in tedesco, raggiunge i 3.857 metri ed e’ la seconda vetta per altezza dopo l’Ortles della regione Trentino-Alto Adige. Il confine tra le due regioni passa esattamente per la cima, facendo quindi di essa la piu’ elevata vetta “lombarda” del massiccio, e tra le piu’ alte della regione. La leggenda dice che Johannes Zebrusius, chiamato “il Gran Zebru'”, si innamoro’ (ricambiato) di Armelinda, figlia di un castellano del Lario, il quale pero’ si opponeva alla loro relazione. Al fine di fare colpo agli occhi del padre di lei e convincerlo a dargli la figlia in sposa, Johannes prese parte a una crociata in Terrasanta, rimanendovi per quattro anni. Al suo ritorno pero’ ebbe una sgradita sorpresa: il padre di Armelinda non solo non aveva cambiato parere, ma addirittura aveva concesso in sposa la figlia a un nobile milanese. Costernato e depresso Zebrusius decise di abbandonare il suo feudo e l’arte della guerra e recarsi in montagna, dove avrebbe vissuto da eremita, scegliendo come dimora la val Zebru’, dominata dalla montagna. Li’ visse in solitudine per trent’anni e un giorno, cercando di dimenticare il passato con la meditazione e la preghiera, e quando senti’ che stava giungendo la sua ora si sdraio’ su un tronco collegato a un congegno di sua invenzione, che fece precipitare sul suo corpo un grande masso bianco, sul quale egli aveva precedentemente inciso “Joan(nes) Zebru(sius) a.d. MCCVII”. Tale masso e’ visibile ancora oggi, al limite inferiore del Ghiacciaio della Miniera. La leggenda dice che lo spirito del sovrano, purificato dal dolore e da anni di privazioni, sali’ sino sulla vetta della montagna che divenne il castello degli spiriti meritevoli e del quale l’anima di Zebrusius ne e’ il re. La prima scalata risale al XIX secolo, protagonista la cordata composta dall’alpinista-esploratore inglese Tuckett, dai fratelli Buxton, anch’essi britannici, e dalle guide tirolesi Biener e Michel il privilegio della prima assoluta, il 3 agosto 1864. Il gruppo segui’ la via della cresta est, senza l’uso di ramponi.