
Tralasciando che l’ultima decade di Giugno si concluderà all’insegna di condizioni climatiche piuttosto miti, con temperature prossime o di poco sotto le medie tipiche per il periodo, bisogna ammettere che la classica “estate mediterranea”, che un tempo caratterizzava la bella stagione lungo i paesi dell’Europa meridionale, inclusa l’Italia, sta divenendo una rarità. C’è addirittura chi parla di un rischio di “estinzione” di quelle stagioni estive miti, ma al tempo stesso assolate, dominanti alle latitudini mediterranee, tanto da essere decantate in tutto il mondo. Sempre più spesso negli ultimi anni le estati che hanno caratterizzato la fascia mediterranea sono state contraddistinte dalla latitanza dell’anticiclone oceanico delle Azzorre dal Mediterraneo, la figura barica termoregolatrice per eccellenza. L’alta pressione oceanica invece di distendersi con il proprio bordo orientale verso il mar Mediterraneo centro-occidentale, come avveniva spesso durante le classiche “estati mediterranee” dei decenni scorsi, tende a rimanere relegata in pieno Atlantico, propagandosi con i propri elementi verso le alte latitudini, fino a lambire l’Islanda e le coste più meridionali della Groenlandia. La latitanza dell’anticiclone azzorriano fa in modo che sul Mediterraneo si viene a scavare una “lacuna barica” che viene prontamente colmata dalla risalita dell’opprimente e caldo anticiclone sub-tropicale libico-algerino, il quale approfittando del sensibile rallentamento del “getto polare” in sede atlantica che a sua volta alimenta le ondulazioni cicloniche (saccature) sul vicino atlantico, davanti la costa portoghese, tende a gonfiarsi, posando i propri elementi più settentrionali (la cosiddetta “cupola”) tra la Spagna e l’Italia, originando cosi le intense avvezioni calde che in questo periodo investono le nostre regioni, facendo schizzare i termometri oltre i +39°C +40°C.
Ma l’indebolimento dei “gradienti termici orizzontali” e dei “gradienti di geopotenziali” tra le medie e alte latitudini ha come primo risultato un sensibile indebolimento della portata del ramo principale della “getto polare”, con una sua conseguente ondulazione. Questo effetto contribuisce a stabilire degli impianti circolatori più meridiani che determinano intense ondate di calore e una persistenza delle anomalie termiche mensili su aree geografiche particolarmente vaste, rendendo le configurazioni barica molto più stabili nel tempo, anche per settimane o mesi. Ormai è assodato come il notevole riscaldamento dell’Artico in genere ha come prima ripercussione un notevole rallentamento del flusso zonale che domina lungo le medie latitudini, dirigendo l’andamento meteo/climatico sui vari continenti. L’indebolimento delle correnti occidentale si avverte soprattutto alle quote medio-alte della troposfera, con un forte rallentamento del ramo principale della “getto polare”, che sovente si presenta fra i 30° e i 60° di latitudine nord e sud, ai confini fra la Cella di Hadley e di Ferrel. Perdendo buona parte della sua forma il “getto polare”, per una nota legge fisica, comincia ad ondularsi su se stessa creando delle grandi onde su scala planetaria, meglio note come le “onde di Rossby”. Le “onde di Rossby”, lunghe da 1.000 a 10.000 km, si formano con una precisa successione di tempi e tendono a muoversi da ovest verso est, con una velocità di propagazione che è direttamente proporzionale alla loro lunghezza e alla velocità media di spostamento delle correnti nell’alta troposfera.
