Biodiversita’ marina? Non ci sono solo le barriere coralline. E’ quanto rivela un nuovo studio globale su pesci costieri: se la diversita’ viene misurata considerando non solo il numero di specie presenti, ma anche la loro abbondanza ed il loro ruolo funzionale nell’ecosistema, emergono nuovi hotspot di biodiversita’, tra cui alcuni in regioni temperate. Brulicanti di vita, le barriere coralline tropicali sono state a lungo considerate le aree di maggiore biodiversita’ per pesci e altre specie marine, e quindi quelle a cui dedicare piu’ risorse per la conservazione.
Lo studio, pubblicato sulla rivista ”Nature”, e’ stato condotto da un team internazionale di ricercatori tra cui Laura Airoldi, professoressa di Ecologia dell’Universita’ di Bologna e attualmente all’estero presso l’Universita’ di Stanford con una borsa di ricerca Fulbright. Il team, guidato dal professore Graham Edgar e dal dottor Rick Stuart-Smith, dell’Universita’ della Tasmania (Australia), comprendeva ricercatori australiani, americani, spagnoli, inglesi, svedesi, italiani, indonesiani e cileni.
Il numero di specie in un ecosistema, quello che i ricercatori chiamano “ricchezza di specie”, ha dominato le teorie sulla distribuzione della biodiversita’ globale fin dai tempi di Darwin e Linneo. E’ anche stato a lungo utilizzato come il principale parametro biologico per la gestione degli ecosistemi in pericolo.

I campionamenti sono stati condotti nell’ambito del programma Reef Life Survey, un progetto di citizen science finanziato dal governo australiano. La citizen science e’ un metodo di ricerca scientifica che si sta affermando in molti campi e che, con il coinvolgimento del pubblico – in questo caso volontari subacquei – sta dando risultati importanti in molti settori, dall’astronomia alla biochimica. Le indagini hanno trovato 2.473 specie diverse di pesci. Andando oltre le tradizionali analisi basate sul numero di specie, il team di ricerca ha utilizzato una matrice che includeva dati sia sull’abbondanza delle specie che informazioni sulle loro “caratteristiche funzionali”, cioe’ la dieta prevalente, il modo in cui si cibano, dove vivono, se sono attivi di notte o durante il giorno, e il livello di aggregazione. “Includere questo tipo di informazioni nelle analisi – spiega Airoldi – ha fatto emergere una distribuzione della diversita’ globale diversa da quella tradizionalmente accettata, rivelando nuove aree geografiche, in ambienti temperati, in cui la diversita’ funzionale di pesci e’ piu’ elevata che nelle barriere coralline”.
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