Archeologia, il “Museo degli orrori” di San Pietroburgo ha un nobile intento: liberare il popolo dalle superstizioni

FETI GEMELLI SIAMESI - CopiaPietro I, detto poi “Il Grande”, nasce a Mosca, il 30 maggio 1672. Mirò a far della Russia uno stato moderno, capace di affacciarsi sulla scena internazionale in posizione di supremazia. Noto alla storia per aver riformulato meccanismi statali e sociali, per l’istituzione di governatorati per il controllo fiscale e giudiziario di tutto il territorio, per aver sovvertito nel 1722 la tradizione ereditaria della corona russa attraverso un decreto che attribuì allo zar il diritto di designare il proprio successore, scavalcando anche il diritto di progenitura. Era il 1703 quando la Russia riorganizzò il suo esercito dopo la pesante sconfitta di Narva, riconquistando Ingria, Camelia ed Estonia e venne fondata San Pietroburgo, elevata poi a capitale dell’impero russo nel 1712. Attualmente è la seconda città della Russia per dimensioni e popolazione, nonché porto importante. Ma Pietro il Grande è noto alla storia non solo per il suo sogno di fare della Russia la maggiore potenza dell’Europa Orientale, ma anche per la sua bizzarra personalità: anticonformista e misterioso, all’età di 25 anni ha visitato l’Europa occidentale.
In un viaggio all’estero come membro della Grande Ambasciata, nel 1627 ha visitato per la prima volta le assurde “camere d’arte” che tanto assomigliavano a bancarelle commerciali con barattoli contenenti davvero di tutto : monete, uccelli, scheletri di animali, correlate da iscrizioni. Nell’ammirare le favolose collezioni anatomiche dell’anatomista Frederik Ruysch, gli balenò l’idea di costruire una sorta di “camera delle meraviglie”,un grandioso museo sulla conoscenza del mondo. Nella sua Kunstkamera, che letteralmente tradotta in tedesco significa “Art-telecamera”, Pietro il Grande raccoglie le collezioni acquistate non solo da Ruysch, ma anche da Albertus Seba e da altri numerosi naturalisti e anatomisti.

Tra le collezioni più famose vi è quella comprata da Albert Seba di quadrupedi, uccelli, pesci, serpenti, lucertole, conchiglie, dalle Indie orientali e occidentali e quella di Ryusch di preparati anatomici, conservati in soluzioni o a secco. Il museo degli orrori è stato aperto al pubblico dal 1719 e completato nel 1727. Secondo Pietro il Grande, i visitatori non dovevano pagare alcun costo per l’ingresso, anzi, dai documenti dell’epoca pervenuti, si evince che ai frequentatori del museo venivano offerti caffè, torte , antipasti e vino ungherese, oltre al fatto che un assistente bibliotecario o un alto funzionario qualificato avrebbero potuto far loro da guida, spiegando la rarità e l’ unicità degli esemplari esposti. Il museo possiede una delle collezioni di antropologia e etnografia più complete ed interessanti al mondo, offrendo ai visitatori delle immagini da premio horror, molto macabre, ma dal nobile intento: lo zar non avrebbe mai voluto terrorizzare gli sguardi, ma semplicemente persuadere la cultura del tempo, liberandolo il popolo da stupide e superstiziose credenze. Le inquietanti esposizioni sono rimaste chiuse al pubblico per 5 anni durante la Seconda Guerra Mondiale e l’assedio di Leningrado. Riaperto al pubblico, dal 1946 al 1953 nel museo sono stati aggiunti altri esemplari, che racchiudono le etnie di tutto il mondo. Grazie ai viaggi del capitano James Cook, i cui membri sono stati assistiti dalle autorità russe, ci giungono mantelli e caschi fatti in piume d’uccelli, esemplari unici, proprio quanto l’elmo e il mantello del primo re delle Haway, portati al Museo nel 1810 .

Stesso stupore suscitano le 3 teste mummificate provenienti dalla Nuova Zelanda. Tatuate in volto, considerate reliquie sacra tra i Maori. Pietro il Grande aveva una passione sfrenata per le persone colpite da nanismo, impiegate come giullari, come semplici fenomeni da baraccone, oggetto di scherno nelle corti europee, al punto che decise di organizzare per il suo matrimonio, una cerimonia davvero insolita: un corteo nuziale formato da circa 70 nani in abiti nobiliari che giunsero a San Pietroburgo su una carovana guidata da pony. I nani, giunti al banchetto, vennero fatti accomodare su tavoli in miniatura al centro della stanza. Ma a quale scopo? Pietro il Grande voleva sbeffeggiare i suoi invitati di statura normale, facendoli sentire dei miseri, piccoli nobili che giocavano a fare i grandi con la gente piccola d’altezza ma grande d’animo. Senza ombra di dubbio, a lasciar senza parole sono i feti esposti che mantengono intatti le loro forme ed i loro colori, grazie ad uno speciale liquido di conservazione di cui non si conosce la formula segreta, ideata dall’anatomista olandese dal quale lo zar comprò gran parte del materiale esposto. Teste di neonati e bambini, parti separate di corpo, piccoli animali, uccelli, farfalle, oggetti …tutti assemblati in composizioni per esaltare le loro caratteristiche particolari e mostrare la natura effimera dell’uomo.

riproduzione di un indigeno in veste naturale

Attualmente tante sono le esposizioni di esemplari umani ed animali a 2 teste ed i modelli di teste con cervello conservati in alcool. Pietro il Grande promulgò un editto, chiedendo espressamente alla popolazione di spedire al Museo ogni feto deformato, da ogni parte della Russia, affinché divenisse un pezzo della sua preziosa ed unica collezione, allo scopo di vincere le superstiozi dell’epoca sulla nascita di feti deformi, considerati dei veri e propri mostri della natura. A quei tempi, infatti, una donna che metteva al mondo un bambino deforme, veniva bollata come indemoniata e allontanata dalla comunità. Notevole è anche la sezione dedicata alle macchine da tortura: sedia della verità, dotata di chiodi pungenti che trafiggevano il corpo del condannato durante l’interrogatorio, macchina strizzacervello, che rompeva la mandibola e comprimeva la testa fino a spappolare il cervello del condannato, maschera di ferro che copriva il viso e sigillava la testa per mesi interi, ma tra i può orrendi strumenti di tortura vi erano la sedia a punta, in cui il condannato, moriva lentamente e dolorosamente seduto sulla punta della piramide e la dama di ferro,una sorta di sarcofago di legno che, una volta chiuso, lacerava le carni delle vittime con lame affilate.