La nascita dei trapianti viene fatta risalire, da un’antica tradizione, al III secolo d.C, quando i Santi Cosma e Damiano sostituirono miracolosamente la gamba andata in cancrena del loro sacrestano, con quella di un uomo etiope deceduto poco prima. Le ricerche sul trapianto nascono da uno dei più famosi strumenti di tortura della nostra storia moderna: la ghigliottina che, erroneamente attribuita al Dr Guillotin, è stata per secoli una delle più diffuse macchine mortali. La testa del condannato veniva staccata con un colpo netto, portato a segno da una lama tagliente di metallo, fatta scorrere lungo un percorso obbligato, partendo da una determinata altezza, fino al collo del condannato, comportandone la fulminea decapitazione. La sua creazione si attribuisce a Joseph Ignace Guillotin, nato a Saintes nel 1738, nonostante pare che egli abbia soltanto proposto all’Assemblea l’adozione di un metodo meno barbaro per i condannati a morte.
La rivoluzione francese e gli anni successivi segnarono il trionfo della macchina da tortura e, tra pile di teste mozzate, gli scienziati del tempo si chiesero se una testa poteva essere isolata dal corpo. Nel 1812, il fisiologo francese Julian Jean Cesar Legallois ipotizzò che una testa, se irrogata con sangue ossigenato, avrebbe potuto continuare a vivere. Questa teoria venne messa alla prova solo nel 1857, quando il dottor Charles Edwuard Brown-Sequard tagliò la testa ad un cane, togliendole tutto il sangue e ripompandolo fresco nelle arterie dopo una decina di minuti. Il medico racconta che nel giro di poco tempo, la testa tagliata tornò in vita, iniziando a muovere gli occhi e il volto con movimenti che, a suo dire, sembravano del tutto volontari. Proseguirono per qualche minuto, fino al tragico epilogo: la testa morì nuovamente tra “tremiti d’angoscia”. Le ricerche sulla separazione della testa dal proprio corpo, proseguirono col dottor Jean-Baptiste Vincent Labord, membro del gruppo “Società per la mutua autopsia”, i cui componenti condividevano il proposito di sezionarsi reciprocamente il cervello, fortunatamente dopo la morte di ognuno di essi! Nel 1884, Laborde divenne il primo scienziato a irrogare di sangue una testa umana tagliata, appartenente ad un assassino, donata dalle autorità francesi, ma non accadde nulla sino al successivo esperimento, in cui il dottore ricevette la testa di un uomo dopo 7 minuti dall’esecuzione, allungando la carotide all’arteria corrispondente di un cane vivo, da cui pompava il sangue. Nonostante Labord segnalò la contrazione dei muscoli facciali e la chiusura della mascella di colpo con uno schiocco, proprio come se l’uomo fosse ancora in vita, non ci fu nessun segno di coscienza. Fu poi la volta di Sergej Brjuchonenko, uno scienziato tedesco vissuto durante l’era stalinista che, alla fine del 1920 tenne in vita per 3 ore la testa di un cane, separata dal proprio corpo, tramite anticoagulanti e una primitiva macchina cuore-polmone da lui sviluppata. Il dispositivo è stato utilizzato con risultati alterni in una serie di esperimenti con canini durante la fine del 1930 e ciò può essere visto negli esperimenti cinematografici del revival degli organismi. Mentre alcuni oggi ipotizzano che il film è una rimessa in scena delle procedure, gli esperimenti stessi sono stati ben documentati, portando lo scienziato ad essere insignito del prestigioso Premio Lenin. Nel 1928 mostrò una di queste teste viventi al 3°Congresso fisiologi Urss, illustrando come la testa tagliata reagisse agli stimoli, sussultando per il colpo di un martello sbattuto dietro di lei, reagendo alla luce, leccandosi l’acido citrico dalle labbra e mangiando persino un pezzo di formaggio che usciva dal tubo dell’esofago posto all’altro capo.

Robert White ha eseguito il suo primo intervento neurochirurgico a 15 anni, sul cadavere di una rana, durante l’ora di biologia. Ha operato nei 50 anni successivi più di 10.000 cervelli, uno dei quali, è stato considerato nel 1970 come l’esperimento neurologico più ambizioso di tutti i tempi: il trapianto totale di testa. Ha trapiantato con successo la testa di una scimmia sul corpo di un’altra. Dopo poche ore, quando White le mise un dito in bocca, la scimmia gli diede un morso. E’ vero, White ha ucciso molte scimmie nella sua lunga carriera neuroscientifica, ma, nonostante molti ambientalisti lo odino, per molti altri è il salvatore di molte vite umane. Ha scoperto che i tessuti della mente, a differenza di quelli degli altri organi, non possono essere rigettati. Piuttosto che rimuovere il cervello e rischiare la morte, White decise di staccare l’intera testa della scimmia e di trapiantarla. La scimmia, tetraplegica( paralizzata dal collo in giù per la recisione della spina dorsale), sopravvisse quasi 2 giorni dopo il trapianto. I trapianti successivi, pur aumentando l’aspettativa di vita, non hanno mai risolto il problema della paralisi dovuta alla separazione del midollo spinale. Ad assistere al primo trapianto di testa in cui vennero utilizzate due scimmie, c’era Oriana Fallaci che, nel suo reportage “The dead body and the living brain” (il corpo morto e il cervello vivente), pubblicato dal megazine Look, dà un nome alla scimmietta-cavia, un macaco rhesus che lei battezza Libby, qualificandola conme essere vivente e ridandole dignità. L’esperimento di White può essere studiato sotto diversi aspetti: dal punto di vista politico, come simbolo del primato che gli Usa volevano vantare sul nemico comunista, in termini ambientalistici, come violenza su un animale cosciente, in termini etici. White disse che non si sarebbe ancora potuta effettuare un’operazione sull’uomo, dato che l’opinione pubblica non era ancora pronta ad accettare questo tipo di intervento. Gli Usa gli tagliarono i fondi, gli esperimenti proseguirono silenziosamente fino al 2010, anno in cui White morì.