Era il 25 settembre del 1513, esattamente 500 anni fa, quando il conquistatore spagnolo Vasco Núñez de Balboa, originario dell’Extremadura, scopriva l’Oceano Pacifico. Per gli europei, che solo 21 anni prima erano sbarcati in America con le caravelle di Cristoforo Colombo (12 ottobre 1492), quella fu una nuova importantissima scoperta geografica. Núñez de Balboa attraversò l’istmo di Panama, allora chiamato istmo di Darién (una sottile fascia di terra che separa, in pieno Centro America, l’Atlantico dal Pacifico), con alcune centinaia di uomini fra cui vi erano sia spagnoli che indigeni, e scoprì a poche decine di km dall’Atlantico quello che lui chiamò Mare del Sud. Non poteva sapere che davanti ai suoi occhi si apriva una distesa oceanica con una superficie calcolata di oltre 179 milioni di km quadrati, un terzo della superficie terrestre, e che per trovare le prime terre avrebbe dovuto navigare davanti a sé per oltre 15 mila km.
Se Balboa ebbe il merito di scoprire il “nuovo mare”, fu Magellano, un esploratore portoghese, ad esplorarlo per la prima volta con una spedizione navale. Durante il viaggio, nel quale Ferdinando Magellano scoprì anche lo Stretto che oggi porta il suo nome (in Patagonia), a quel tempo l’unico modo per passare via mare dall’Atlantico al Pacifico, trovò venti e correnti favorevoli.
Furono queste favorevoli condizioni meteo ad ispirargli la denominazione “Pacifico” con cui oggi è internazionalmente chiamato il più grande Oceano del mondo. In realtà fu solo una coincidenza, e il nome suona quasi come un paradosso, perché quell’enorme distesa marina è capace di generare fortissime tempeste. Magellano, dopo la perdita di due delle cinque navi con cui era partito, riuscì comunque ad attraversare l’intero Oceano arrivando fino alle Marianne, e da lì alle Filippine dove venne ucciso (ormai era il 1521) dagli indigeni.

