
Secondo un recente studio realizzato dall’Universita’ britannica di Keele e ripreso dal quotidiano The Guardian, la prima generazione di persone anziane che, grazie ai nuovi farmaci introdotti negli anni 90′ è riuscita a sopravvivere e a convivere con l’HIV, si sente sola ed emarginata. Secondo i dati dell’Agenzia per la protezione della salute una persona su cinque (16.550) tra quelle trattate per l’HIV in Regno Unito nel 2011 aveva piu’ di 50 anni (nel 2002 erano una su nove, 3.640 casi). Molti convivono da lungo tempo con il virus ma c’e’ anche un aumento di casi di contagi in eta’ avanzata anche a causa dell’errata convinzione che le persone anziane non siano suscettibili al virus, scrive il Guardian. Lo studio dell’Universita’ di Keele sottolinea le difficolta’ di una comunita’ che si sente particolarmente marginalizzata. “L’HIV e’ associato, in generale, alle persone giovani. La popolazione piu’ anziana che convive con l’HIV si sente invisibile. Molti credono che non ci sia niente per loro”, spiega Dana Rosenfeld, che ha curato la ricerca. L’indagine, la piu’ grande al mondo di questo genere, e’ durata due anni e ha coinvolto altre due universita’ britanniche, centri di salute mentale e organizzazioni di base. Sono state realizzate oltre 100 interviste a persone sieropositive tra i 50 e gli 80 anni. Il risultato e’ che la maggior parte di loro sente il peso della stigmatizzazione sociale. “Alcuni provano cosi’ tanta vergogna del loro stato che sono incapaci di parlare con le loro famiglie, gli amici e i vicini. Chi non ha un compagno spesso teme di morire da solo. E c’e’ l’incertezza sulla loro salute”, sottolinea il quotidiano britannico. Per Rosenfeld la prima generazione di anziani con HIV sono come i primi uomini sulla luna. “Ogni malattia cronica genera incertezza per definizione, ci sono giorni buoni e meno buoni. Ma con l’HIV e l’invecchiamento c’e’ ancora piu’ incertezza”, spiega la ricercatrice al Guardian. E aggiunge: “Se hai un sintomo, non sai se e’ dovuto al normale processo di invecchiamento o all’HIV. Le persone finiscono per essere ipercoscienti dei loro corpi e anche iperansiosi”.