Già dalla scorsa primavera i meteorologi statunitensi avevano lanciato l’allarme, annunciando una stagione degli uragani particolarmente intensa in Atlantico. Secondo le proiezioni stagionali elaborate dal NOAA, la prestigiosa agenzia americana che si occupa di meteorologia e climatologia, a partire dal 1 Giugno, prevedeva la formazione fra le 13 e le 20 tempeste nel giro di 3 mesi. Cinque di queste, sempre secondo la NOAA, potevano risultare distruttive, raggiungendo la 4^ o la 5^ categoria della scala Saffir-Simpson. Fortunatamente tale previsione, elaborata a medio-lungo termine, è stata letteralmente stravolta nell’arco di questi ultimi 3 mesi estivi. Siamo già arrivati al mese di Settembre. Per la chiusura della stagione degli uragani sull’Atlantico tropicale bisognerà attendere almeno fino alla fine di Ottobre. Ma finora, giunti nella fase “clou” della stagione delle tempeste, sull’Atlantico non si è osservato nemmeno un uragano, mentre l’attività delle depressioni e delle tempeste tropicali è risultata alquanto scarsa a dispetto delle tendenze previsionali elaborate dal modello matematico statunitense nel medio-lungo termine che per l’ennesimo anno di fila ha mostrato tutti i suoi limiti e le proprie pecche.
Ma se con l’avanzare di Settembre, nella sue prime due decadi, l’Atlantico tropicale non riuscirà a sfornare un uragano, la toppata diventa veramente evidente. Nonostante le temperature delle acque superficiali dell’Atlantico tropicale abbiano superato il valore limite, per lo sviluppo di un ciclone tropicale, di +27°C, in molti casi la formazione di perturbazioni tropicali organizzate in sede atlantica è stata ostacolata non solo da un “Wind Shear” più intenso del dovuto per la stagione estiva, ma anche dalla presenza di un impetuoso flusso di aria secca e carica di polvere, proveniente dal Sahara occidentale, che ha reso l’atmosfera molto stabile su gran parte dell’Atlantico tropicale. A nostro avviso, come preannunciato il mese scorso, la stagione degli uragani si è compromessa a cavallo dell’ultima decade di Luglio e i primi giorni di Agosto, allorquando una colossale tempesta di sabbia, originatesi sopra le vaste distese desertiche del Sahara occidentale, fra Mali occidentale, Mauritania e Western Sahara, sotto la spinta dei sostenuti venti di “Harmattan” (il corrispondente dell’Aliseo di NE nella regione sahariana), si è spinta fino al cuore dell’Atlantico tropicale, offuscando per diversi giorni il cielo e impedendo ai raggi solari di scaldare la superficie oceanica adeguatamente.
L’evento ha avuto una portata davvero impressionante riuscendo ad estendersi su un areale vastissimo che copriva l’intero bacino dell’Atlantico tropicale, fra le coste dell’Africa occidentale e quelle del Venezuela e le Piccole Antille. La polvere e le migliaia di particelle di pulviscolo sollevatesi dal Sahara occidentale, sotto l’impeto dei sostenuti venti di “Harmattan” in azione a nord del “fronte di convergenza intertropicale” che avanzava verso il Mali ed il Niger centrale, si sono spinte fino alla costa venezuelana orientale e alle Piccole Antille, dove i cieli si sono pesantemente velati o quasi del tutto offuscati per qualche giorno. La polvere ha portato con se anche aria secchissima, di chiara estrazione desertica, che scorrendo sopra l’aria calda e umida preesistente sopra la superficie dell’Atlantico tropicale ha generando delle “inversioni termiche” (aria più calda in quota sopra uno strato più freddo in prossimità dell’oceano) che hanno inibito l’attività convettiva, ostacolando la formazione di nubi cumuliformi e temporali, ingredienti indispensabili per la strutturazione delle perturbazioni tropicali. In sostanza il “torrido” e polveroso flusso sahariano che attualmente sta attraversando l’intero Atlantico tropicale, in quota, mantenendosi attivo fra la bassa e la media troposfera, ostacolerà lo sviluppo di fasce di convenzione organizzata. L’aria troppo secca, soprattutto in quota, dove scorre un vero e proprio fiume di polvere e pulviscolo che raggiunge l’area caraibica, inibisce l’attività convettiva su larghi tratti oceanici. Solo in prossimità dell’ITCZ, attestato poco più a sud sull’Atlantico sub-equatoriale, la convergenza fra gli Alisei e l’apporto di aria particolarmente umida dalla superficie oceanica stimolerà un po’ di convenzione, con l’innesco di intensi moti ascensionali che costruiranno grosse “Cellule temporalesche” e “Clusters” attivi, in rapida deformazione, che potranno aggregarsi in una “tropical wave” più o meno organizzata. Anche in questo caso, pero, l’ITCZ gioca un ruolo fondamentale per l’andamento della stagione delle tempeste in Atlantico. Difatti l’enorme nuvola di sabbia che ha offuscato i cieli sopra l’Atlantico tropicale è partita da un’area non ancora interessata dalle precipitazioni “zenitali”, legate al passaggio dell’ITCZ, le quali sovente bagnando la sabbia tendono ad ostacolare il fenomeno, impedendo alla polvere di essere scalzata bruscamente verso l’alto. Se l’ITCZ si fosse posizionata a latitudini superiori, portando le piogge e i temporali fino ai confini del Sahara occidentale, sull’Atlantico non si sarebbe riversato tutto quel pulviscolo desertico “ammazza uragani”.
