
Troppi morti e troppi disastri sarebbero però ancora dovuti accadere perché qualcosa si muovesse anche in campo legislativo. Erano gli anni del boom economico e l’espansione edilizia marciava a ritmi serrati, senza minimamente prendere in considerazione l’assetto del territorio. Gli argini fluviali venivano incanalati dal cemento per aumentare le zone edificabili, i ponti costruiti con luce troppo ridotta diventavano tappi in caso di piene, il disboscamento dissennato aumentava le frane, e l’estrazione di inerti dagli alvei fluviali per formare il calcestruzzo con cui venivano tirate su le periferie delle città italiane, creava gravi squilibri nel reticolo idrografico.
Del resto, si sarebbe dovuto attendere il 1989, con l’approvazione della Legge 183/89 in materia di difesa del suolo, perché a livello legislativo si cominciasse a muovere qualcosa in materia di pianificazione territoriale.