
Ma poiché talora l’urbanizzazione è stata “estremizzata” anche in aree fortemente a rischio idrogeologico (ad esempio gli argini di torrenti e canali come a Genova od Olbia), a questo aspetto deve però accompagnarsi un più ferreo ed efficace controllo del territorio in funzione delle condizioni meteo e della risposta idrogeologica ad eventuali precipitazioni di forte intensità le quali, peraltro, risultano statisticamente sempre più frequenti, complice probabilmente anche la tropicalizzazione dell’area mediterranea. L’analisi degli effetti registrati sul territorio, proprio a seguito di questi tragici eventi alluvionali, può contribuire in maniera fondamentale alla tutela e salvaguardia di infrastrutture e cittadini: comprendere lo sviluppo dei fenomeni, nel tempo e nello spazio, è il punto imprescindibile per creare le condizioni che possano ridurre, anche in maniera sensibile, il rischio per la popolazione.
Il modo c’è e lo dimostrano proprio anche gli ultimi eventi sardi i quali hanno confermato, una volta di più, quanto emerso già in precedenza. Molte aree del nostro paese sono infatti già dotate di reti pluviometriche ovvero di sistemi di monitoraggio atti alla misurazione in tempo reale delle quantità di precipitazioni. Ne esistono in Sardegna (CEDOC) come in Lombardia (www.laghi.net), sui Monti Sibillini come in Liguria, ed in molte altre parti d’Italia. Oggi è possibile utilizzare strumenti di ultima generazione i quali forniscono il dato di accumulo in tempo reale, anche ad intervalli di pochi minuti, rendendo dunque possibile, di conseguenza, la valutazione non solo dell’accumulo complessivo ma anche del cosiddetto “rain rate” o “intensità istantanea di precipitazione”.
Insomma, stime, previsioni e controlli diretti non lasciano spazio a dubbi. Tuttavia, è evidente, tali sistemi non sono sembrati e non sembrano sufficienti a garantire l’incolumità dei cittadini: in sostanza, si sono rivelati poco efficaci, non adeguatamente dimensionati e male utilizzati. Il dato che emerge dagli studi di queste alluvioni, anche relativamente ai fenomeni sardi, pare infatti univoco ed indiscutibile: ad Atrani come a Genova, alle Cinque Terre (dove alcuni pluviometri hanno malauguratamente interrotto la comunicazione causa blackout elettrico) come a Torpè e Posada, si può ben individuare il punto in cui le cosiddette “bombe d’acqua” iniziano a svilupparsi. A prescindere dal fatto che probabilmente è necessario un maggior numero di pluviometri sul campo, affiancati da altrettanti idrometri (gli strumenti che consentono di valutare lo sviluppo della “piena” sui corsi d’acqua), ciò che serve è soprattutto un sistema di allarme preciso, sicuro, efficiente e soprattutto immediato. Non basta più, come si riteneva fino a poco tempo fa, la cosiddetta “cultura della soglia” ovvero tarare gli allarmi degli strumenti su valori piuttosto elevati di precipitazioni in un dato arco di tempo, da prendere come principale riferimento per far scattare l’allarme. I flash floods, come adeguatamente riportato tra gli altri dal Prof. Franco Ortolani, sembrano indicare un altro fattore ed un ben diverso “responsabile”: la verticalizzazione della curva rappresentante l’andamento grafico delle precipitazioni. Individuare dunque questo momento topico durante l’evento meteorico sembra essere la chiave di volta cui deve tendere ogni monitoraggio idrogeologico, almeno per quanto riguarda eventi legati a bombe d’acqua e flash floods. Se infatti, anche a seguito delle grandi catastrofi di Polesine (1951) e Firenze (1966), senza dimenticare il Piemonte (1994), gli scienziati hanno ormai preso le misure alle alluvioni imponenti legate a precipitazioni abbondanti e continue su bacini di grandi dimensioni areali, autorità e tecnici non sono ancora riusciti a sviluppare efficaci politiche di salvaguardia su aree più limitate, in particolare a livello di Comune e di impluvi geograficamente meno estesi nei quali le condizioni critiche perché si verifichino catastrofi idrogeologiche sono proprio quelle tipiche delle “bombe d’acqua”. In altre parole, negli ultimi anni sembra che il livello di rischio aumenti con la diminuzione areale del bacino proprio perché mancano le opportune contromisure.