- 1. Premessa
La notte del 7 marzo del 2005 una porzione periferica dell’abitato di Cavallerizzo, frazione del Comune di Cerzeto (CS), fu seriamente danneggiata da un improvviso fenomeno franoso. L’evento ebbe tale rapidità ed evidenza da far temere che fosse manifestazione di disastro territoriale ben maggiore al punto da coinvolgere l’intero paese e da suggerire, in maniera emotiva ed immediata, la delocalizzazione totale. Eppure che un fenomeno franoso fosse presente, alla periferia Sud del vecchio nucleo urbano, era noto da decenni, al punto da essere riportato come tale nella cartografia geologica ufficiale, nonché segnalato e descritto in numerose relazioni geologiche. Il dissesto venne quindi osservato sin dagli anni 1975-80, allorché l’espansione edilizia dell’abitato cominciò ad estendersi verso Sud, ossia su un instabile accumulo detritico che come tale venne ignorato e sottaciuto. La frana del marzo 2005, qui descritta, si attivò proprio nell’area di recente espansione urbanistica, mentre nel centro storico ogni evidenza dei danni si rilevò subito nulla e tale rimane oggi, a quasi 5 anni di distanza dall’evento. Tuttavia l’ordinanza di sgombero dell’intero abitato, subito emessa, è tutt’ora vigente ed i relativi studi geologici a supporto della decisione, per quanto carenti e inadeguati, venivano resi pubblici solo 4 anni dopo l’evento, quando ormai la sua ricostruzione, in una nuova area, è completa al 70%.
- 2. Inquadramento geologico e geomorfologico
L’abitato di Cavallerizzo ricade lungo il margine occidentale del graben del Crati (Lanzafame e Tortorici, 1981), delimitato da allineamenti tettonici a componente normale orientati N-S. A questo sistema appartiene anche la faglia “S. Fili – S. Marco Argentano” (Tortorici et al., 1995; Iovine et al., 2006; Tansi e Folino Gallo, 2006), che si sviluppa per oltre 30km in superficie e lungo la quale sorge l’abitato di Cavallerizzo. A questa faglia è dovuto il sollevamento del complesso cristallino-metamorfico, caratterizzante l’intera Catena Costiera Calabrese, rispetto ai depositi tortoniano-quaternari di riempimento del bacino del Crati.
L’area interessata dal fenomeno franoso in esame si localizza quasi al piede del versante orientale di M.te Agine (q. 934m s.l.m.), alla periferia meridionale del centro urbano di Cavallerizzo (quota 450m), in sinistra orografica ad una incisione torrentizia affluente da sinistra del Vallone San Nicola.

Il tratto di versante incombente è caratterizzato da acclività impostate su due valori medi principali: 50-55% da quota 450m fino all’isoipsa dei 600m; 75-80% dai 600m fin quasi alla sommità. Alle differenze di acclività delle pendici corrispondono differenze litologiche sia per quanto concerne il substrato roccioso che i terreni di copertura (Figura 1). Infatti le aree di versante a maggiore acclività, dai 600m circa verso monte, risultano costituite da metacalcari appartenenti all’Unità Diamante-Terranova (Tortorici, 1982) che, fortemente tettonizzati, danno luogo in superficie ad una modesta coltre d’alterazione commista a terreno vegetale. La parte inferiore del versante, a minore acclività, risulta invece costituita da un complesso di metabasiti, appartenente anch’esso all’Unità Diamante-Terranova (Tortorici, 1982), che si presenta però fortemente alterato fino a fenomeni di argillificazione diffusa. Tali terreni, sia per la forte degradazione che per le minori acclività del versante, creano una spessa coltre superficiale esterna che raggiunge spessori stimabili sui 15m. Affioramenti di filladi cretaciche, appartenenti all’Unità del Frido (Amodio Morelli et al., 1976), si rinvengono inoltre nella porzione nord orientale dell’abitato.
Oltre l’assetto geologico affiorante, le indagini geognostiche, eseguite negli anni 1982 e 1999, evidenziano una sovrapposizione dei terreni metamorfici (metabasiti), datati al Cretacico e appartenenti alle Unità di Catena, al di sopra dei complessi postorogeni qui rappresentati da argille plioceniche. Tale contatto, con una inclinazione di circa 5° orientato verso valle, avviene ad una profondità compresa tra i 40 ed i 60m al di sotto del piano campagna, ed è stato interpretato (Rizzo, 2005a; Rizzo 2005b) come il risultato di un antico fenomeno di scorrimento gravitativo (paleofrana). Tuttavia le evidenze di terreno e la profondità del contatto, non escludono l’eventualità di un tettonismo recente di più complessa origine.
La successione litologica e l’assetto strutturale, che caratterizzano il versante in questione, condizionano inoltre anche l’idrogeologia dello stesso, intesa sia come capacità d’infiltrazione dei terreni che di circolazione sotterranea. Infatti la porzione sommitale del rilievo, costituita da metacalcari, presenta una buona permeabilità per fessurazione consentendo circolazioni idriche sotterranee apprezzabili. Al contrario, il complesso delle metamorfiti, da un punto di vista idrogeologico, costituisce un livello a permeabilità molto bassa. Di conseguenza dati i rapporti geometrici tra le due litologie, la zona di contatto (a quota 500-530m s.l.m.), tra le metabasiti a valle e i metacalcari a monte, costituisce uno sfioratore naturale per le acque sotterranee. Tali acque, emergenti in via perenne lungo il contatto, tendono a disperdersi nelle coperture detritico eluviali e/o vengono drenate dal sistema di faglie dirette orientate N-S (tra le quali la Faglia “S. Fili-S. Marco Argentano”, ubicata a monte del centro abitato intorno a quota 600m). Uguale allineamento tettonico mette in contatto, a quota 400m circa, il complesso metamorfico appartenente alle Unità di Catena con i depositi neogenici argillosi del bacino del Crati, caratterizzati entrambi da una bassa permeabilità e quindi presumibilmente privi di significative circolazioni sotterranee.
La morfologia, la litostratigrafia ed il carattere idrogeologico della porzione di versante attorno Cavallerizzo rappresentano, quindi, condizioni di chiara predisposizione a fenomeni franosi, specie per le aree a minore pendenza comprese tra le isoipse dei 600 e 450m. Infatti la maggiore potenzialità al dissesto si concretizza soprattutto per le coperture detritico eluviali, data l’inconsistenza delle loro caratteristiche meccaniche e la loro frequente degradazione verso termini argilloso-plastici. Condizione, questa, che si concentra proprio alla periferia meridionale dell’abitato di Cavallerizzo (Figura 1), rimasta scarsamente edificata fino ai primi anni ’70, in cui nel 2005 si è attivato il principale e più appariscente collasso dei suoli. La restante porzione settentrionale dell’abitato poggia, invece, su terreni più resistenti e allo stato attuale non presenta evidenti fenomeni di scivolamento.
Tuttavia va sottolineato che uguale assetto morfo-strutturale si ripete per tutti gli otto centri abitati: da S. Fili a Sud fino a San Marco Argentano a Nord, allineati sulla medesima linea di taglio tettonico “S.Fili-S.Marco Argentano”(Figura 2).
- 1. Eventi franosi precedenti
L’abitato di Cavallerizzo è stato interessato da fenomeni gravitativi fin dal XVII secolo, tutti legati ad intensi e prolungati periodi piovosi o nevosi (Iovine et al., 2006). Dall’analisi storica dei dissesti, così come riportati nei relativi archivi, risulta una saltuaria presenza di fenomeni, con leggeri danni a singole abitazioni, nel centro storico; assenti risultano invece le informazioni nell’area colpita dalla frana del 2005, probabilmente dovuta alla mancanza, in epoca storica, di infrastrutture civili. Evidente è invece risultata la concentrazione dei dissesti, fin dal 1827, lungo il perimetro della frana ultima. Inoltre, sempre dalla ricerca storica, non risultano eventi franosi legati ad attività sismica, neanche in occasione dei maggiori terremoti.
La presenza di dissesti in zone adiacenti all’evento del 2005 era, quindi, già nota da decenni, a tal punto da essere riportata nella cartografia geologica ufficiale in scala 1:25.000 (Foglio 229, IV SE), come “accumulo detritico di versante” (Figura 3). Ulteriore segnalazione e descrizione di una diffusa instabilità geomorfologica, nella porzione meridionale dell’abitato, fu riportata anche in successivi lavori professionali da Ietto (1978) e Guerricchio (1998). In particolare Ietto, a seguito dei lavori di messa in opera della condotta idrica Abatemarco nel 1978, descrisse la presenza di un corpo di frana stimato sui 18.000 mc di volume e attivatosi dalla isoipsa dei 535mt. A tal riguardo, inoltre, furono consigliate diverse soluzioni d’intervento per la messa in sicurezza del versante intero oltre che della condotta medesima, soggetta a ripetute rotture e perdite. Veniva altresì sollecitata e posta in evidenza l’urgenza di proteggere la strada provinciale e gli unici due edifici presenti, all’epoca, in zona (scuola e civile abitazione). Interventi, questi, mai realizzati né mai tenuti in considerazione nel successivo sviluppo edilizio.
Altra descrizione dello stesso dissesto è riportata in una relazione geologico-tecnica redatta per la messa in sicurezza di un fabbricato IACP lesionato (Guerricchio, 1998). A tal riguardo venne descritta la presenza di un corpo di frana, con coinvolgimento anche dei fabbricati a monte della strada statale. Anche in tal caso furono consigliati interventi di messa in sicurezza, mai eseguiti.
A seguito, quindi, dei ripetuti fenomeni gravitativi nella porzione meridionale dell’abitato di Cavallerizzo, fu condotta una prima campagna d’indagini geognostiche nel 1982, seguita da una seconda nel 1998-99 condotta dal Comune. Successivamente, nel 1999, l’istituto CNR-IRPI di Cosenza attivò un sistema di monitoraggio dell’area con l’impiego di piezometri ed inclinometri.
- 1. La frana del 7 marzo 2005
La frana del 7 marzo 2005 si attivò lungo il margine meridionale dell’abitato (Figura 4), ossia nella porzione di recente espansione urbanistica realizzata interamente su una copertura detritico eluviale.
Il collasso ebbe ad attivarsi dopo un periodo di elevate precipitazioni atmosferiche che, nell’arco dei 90 giorni antecedenti, fecero registrare un valore cumulato di 645 mm di pioggia, pari al 72% delle precipitazioni medie annue (Tansi e Folino Gallo, 2006). A tali aliquote va aggiunto il contributo dello scioglimento delle abbondanti nevicate verificatesi durante l’inverno. Quanto richiamato trova riscontro nel sensibile incremento del livello piezometrico che, nella rete di monitoraggio CNR-IRPI, annovera innalzamenti di ben 6m e proprio nel periodo antecedente il collasso del 7 marzo (Rizzo, 2005a; Rizzo 2005b; Iovine et al., 2006). Tuttavia non può essere esclusa l’ipotesi che all’improvviso incremento piezometrico abbia concorso una perdita della condotta idrica Abatemarco, debolmente interrara a monte della corona di frana e avente una portata di circa 90 l/s. Ipotesi, questa, già avvenuta e descritta da Ietto nel 1978, così come in gran parte dell’arteria acquedottistica che annovera perdite di oltre il 40% con conseguenti diffusi eventi franosi (Sorical, 2006).
Appare quindi evidente come l’originario “accumulo detritico di versante” abbia raggiunto una condizione di quasi saturazione idrica per poi attivarsi in colata frontalmente (Figura 5). Un’area, quindi, già ampiamente instabile e posta in ulteriore crisi dalla speculazione edilizia dei primi anni ‘80. Difatti dal confronto cartografico (Figura 3 e 4) è possibile notare come la frana del 2005 abbia ricalcato perfettamente il limite dell’accumulo detritico, come riportato nella Carta Geologica ufficiale, costituente il recapito di successivi dissesti descritti e cartografati da Ietto (1978) e Guerricchio (1998).
Ne deriva che l’entità dei danni risultò elevata solo per la porzione periferica, causando “gravissimi” danni, secondo i rapporti della Protezione Civile, solo all’11,5% del costruito totale (Figura 6); mentre nessuna evidenza di scivolamento è stata rilevata nel centro storico, le cui abitazioni a tutt’oggi si presentano perfettamente intatte (Figura7).
Per quel che riguarda l’evoluzione morfologica della frana ultima, da un confronto fotografico (periodo 2005-2009) degli edifici prossimi al dissesto, sembrerebbe che almeno la porzione di testata non abbia subito movimenti tali da causare ulteriori crolli dei fabbricati lesionati (Figura 8). Analoga osservazione è inoltre deducibile dall’osservazione dei vetrini di monitoraggio, posti su alcune lesioni degli edifici dopo l’evento del 2005, ancora oggi intatti o che denotano movimenti millimetrici in un’esigua fascia di contorno all’area di maggior collasso (Figura 12). Resta inteso che: ovemai non dovessero essere eseguiti interventi di messa in sicurezza, sono comunque ipotizzabili evoluzioni della zona di collasso con coinvolgimento anche delle aree urbane circostanti.
A seguito della frana ultima venne quindi affidato all’istituto CNR-IRPI di Cosenza (Ord. 3427/2005, Art. 8) e al Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze, l’incarico di ricostruire l’intero quadro geologico e geomorfologico dell’area al fine di valutare le condizioni di rischio esistenti.
- 1. Motivi della delocalizzazione dell’abitato di Cavallerizzo
L’abitato di Cavallerizzo, a seguito della frana del 2005, fu interamente evacuato per motivi di sicurezza, ordinanza oggi ancora in vigore a quasi 5 anni dall’evento. La necessità della delocalizzazione è stata presentata dalle Autorità preposte solo tramite comunicazioni orali (convegni e seminari alla popolazione) e/o scritte (rintracciabili nella corrispondenza con le Autorità comunali di Cerzeto). La consegna ufficiale, da parte del Dipartimento della Protezione Civile, dei motivi della delocalizzazione dell’intero abitato, accompagnata dalle relazioni geologiche redatte dall’Istituto CNR-IRPI di Cosenza e dal Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze in collaborazione con la Società Europa TRE, è avvenuta solo nel mese di ottobre 2009 (Comune di Cerzeto Prot. n°4183). Relazioni, queste, fondate solo su osservazioni geomorfologiche di superficie (quella del CNR-IRPI), comparate con i dati derivanti dalle campagne d’indagini geognostiche del 1982 e del 1999; mentre lo studio condotto dall’Università di Firenze è basato solo su un’analisi eseguita mediante telerilevamento. In entrambi i casi non si fa alcun riferimento a nuove e sufficienti indagini geognostiche di controllo, eseguite post-frana, che comprovino scientificamente e inoppugnabilmente l’esistenza di un fenomeno franoso attivo, su tutto, o parti significative del centro storico. Ne risulta che, nei 4 anni precedenti alla consegna ufficiale dei documenti, mai nessuna relazione geologica è stata presentata e/o messa a disposizione della popolazione a giustifica delle decisioni assunte, nonostante le ripetute richieste inoltrate anche con i ricorsi presentati, uno al Tribunale di Cosenza e l’altro al Tribunale Amministrativo Regionale Lazio, proprio in opposizione al provvedimento di delocalizzazione. Ad oggi, quindi, i documenti ufficialmente presentati alla popolazione (Comune di Cerzeto Prot. n°4183 del ‘09) riportano la decisione della delocalizzazione di Cavallerizzo sulla base di uno studio eseguito mediante telerilevamento, i cui dati indicherebbero una traslazione dell’intero centro abitato di circa 1 cm anno (Relazione Università di Firenze, 2006) misurato negli intervalli di tempo 1992-2001 e 2003-2005.
Nella stessa relazione si riporta, comunque, la presenza di diffusi fenomeni d’instabilità su tutto il tessuto edilizio, della Calabria Nord occidentale, esteso sul margine argilloso post-orogene o metamorfico di Catena, ed in particolare nei centri abitati di: Torano Castello, San Martino di Finita, Rota Greca, San Marco Argentano, San Benedetto Ullano, Lattarico, Cerzeto (frazione di San Giacomo), con velocità di scivolamento variabili dai 2mm/anno fino a oltre 6mm/anno. Ulteriore motivazione dell’ordinanza di delocalizzazione del centro urbano, così come riportato nel documento redatto dal Dipartimento Protezione Civile, viene addotta dall’esistenza di una presunta paleofrana (Rizzo 2005a; Rizzo 2005b) centrata su Cavallerizzo, nonché sulla presenza di diffusa franosità nelle porzioni a Nord e ad Est dell’abitato (aree non abitate) e a Sud (frana del 2005). Disseti, questi, ritenuti suscettibili a possibili evoluzioni in condizioni sismoindotte. Oltre tali motivazioni viene ipotizzata la presenza di un modello morfo-tettonico di recente proposizione scientifica (Iovine e Tansi, 2002), caratterizzato da una Struttura Cuneiforme di Accomodamento Tettono Gravitativo, da cui deriva la diffusa franosità di zona, che potrebbe mobilizzarsi in conseguenza di sollecitazioni sismiche derivanti dall’attività della faglia sismogenetica “S. Fili-S. Marco Argentano” (relazione CNR-IRPI, 2005). Inoltre, nell’ordinanza della Protezione Civile, viene definita elevata la vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio storico per cui il suo adeguamento alle vigenti normative, unitamente agli interventi di stabilizzazione del dissesto, comporterebbe costi rilevanti.
Sulla base di tali probabilità, estendibili comunque a gran parte della Calabria Nord occidentale, tutta l’area urbana di Cavallerizzo è stata ritenuta ad elevata condizione di pericolosità e quindi da delocalizzare interamente in “un sito al sicuro da rischi idrogeologici e sismici”, individuato in località Pianette (Dipartimento Protezione Civile, luglio 2005).
- 2. Caratteristiche geomorfologiche dell’area di delocalizzazione
Le Autorità responsabili, ancor prima di ricevere ufficialmente le relazioni tecniche definitive dell’Università di Firenze e del CNR-IRPI, divulgarono con estrema celerità e sicurezza la diffusa pericolosità da frana dell’intero abitato di Cavallerizzo proponendo, al contempo, le aree per la nuova localizzazione dell’abitato: Campo Sportivo, Pianette e Colombra (Dipartimento Protezione Civile, luglio 2005). Tra queste, l’area di Pianette fu successivamente ritenuta la più idonea allo scopo. Anche in tal caso le relative relazioni geologiche sono state ufficialmente rese pubbliche solo nell’ottobre del 2009 (Comune di Cerzeto Prot. n°4183).
La località Pianette, sede assunta per la delocalizzazione con obbiettivo espresso la “sicurezza” franosa e sismica, sorge sul versante Nord orientale dell’abitato di Cerzeto, caratterizzato, a livello più esterno, da una vecchia conoide di deiezione con valori angolari medi del profilo sul 10-15%. Da un punto di vista litologico l’area è costituita da depositi sciolti pleistocenici, caratterizzati da elementi lapidei eterometrici immersi in una matrice limo-sabbiosa, che poggiano su limi argillosi pliocenici. Terreni quindi porosi e permeabili che poggiano, con superficie sepolta ma inclinata verso valle, su terreni impermeabili. È questa una condizione ben diffusa sulla Catena Costiera calabrese, sulla quale forti precipitazioni atmosferiche possono attivare vasti fenomeni franosi a denudamento della copertura incoerente su terreno argilloso di base. Per l’area in esame (località Pianette) la sovrapposizione di queste due litologie, a comportamento meccanico molto diverso, potrebbe quindi verosimilmente agevolare i fenomeni di scivolamento del deposito alluvionale sulle sottostanti argille, là dove le condizioni morfologiche, litomeccaniche e idrogeologiche lo predispongono. Difatti, già la cartografia geologica ufficiale (Foglio 229, IV SE) segnala un’estesa frana sul versante Nord occidentale dell’area prescelta per il trasferimento (Figura 3).
Inoltre la relazione del CNR-IRPI riporta che tutti i margini della località Pianette risultano caratterizzati da diffusi fenomeni di erosione intensa e da frane sia antiche che recenti, potenzialmente riattivabili in coincidenza di eventi innescabili (piogge e/o terremoti), in alcuni casi, anche non necessariamente estremi. Tali condizioni geologiche e geomorfologiche potrebbero quindi acquisire ulteriore condizione peggiorativa specie sotto azione sismica, in cui le scadenti caratteristiche meccaniche dei terreni possono determinare un’amplificazione del segnale. Difatti sempre la relazione del CNR-IRPI riporta la presenza, a monte di località Pianette, di due allineamenti tettonici orientati N-S che, dislocando i recenti depositi di conoide, possono ragionevolmente essere intesi come attivi e quindi fautori di maggiore scuotibilità. In questo dubbioso scenario, assunto però come “sicuro da rischi idrogeologici e sismici” (Dipartimento Protezione Civile, luglio 2005), la relazione del CNR-IRPI sottolinea inoltre di porre attenzione, in caso d’insediamento urbano, al minimizzare le perdite del sistema fognante, all’ottimizzare i deflussi idrici superficiali ed evitare lo scalzamento al piede dei versanti per evitare possibili ulteriori destabilizzazioni dell’area.
- 3. Discussione e conclusioni
In base a quanto descritto appare evidente che l’abitato di Cavallerizzo, con i suoi oltre 550 anni di vita, ha sempre convissuto con diffusi fenomeni d’instabilità che tuttavia, nel corso della storia, hanno provocato solo leggeri e saltuari danni a singole abitazioni. La ricerca storica sui dissesti ha inoltre evidenziato una concentrazione degli stessi, almeno dal 1827, lungo l’area perimetrale a Nord dell’evento del 2005, testimoniando ulteriormente l’elevato grado d’instabilità della zona, a suo tempo poco o nulla edificata. La frana ultima ha interessato, infatti, solo l’area di più recente espansione urbanistica (primi anni ‘80), arrecando danni gravissimi solo all’11,5% del costruito, mentre il 64% delle abitazioni ha riportato esclusivamente danni nulli. A tal proposito anche la Soprintendenza per i Beni Architettonici per la Calabria ha più volte sottolineato (Protocollo n°2337/P dell’aprile 2009 e Protocollo n° 1373/P del luglio 2009) l’assoluta necessità e urgenza nel provvedere alla conservazione del nucleo storico di Cavallerizzo dal momento che la frana ha interessato solo in maniera marginale una piccola e limitata parte del tessuto storico. Lo stesso Ente ha quindi sottolineato l’indispensabilità di salvaguardare e restaurare l’intero complesso architettonico storico, per il quale esiste una specifica disposizione di tutela ai sensi dell’Art.10 comma 4 lettera “l” del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, ponendo il veto al criterio “demolizione-sostituzione”.
Quindi i motivi della delocalizzazione dell’intero nucleo urbano di Cavallerizzo si fondano esclusivamente sulla frana ultima del 2005, sull’esistenza di una poco comprovata paleofrana (Rizzo 2005a; Rizzo 2005b) e di un presunto modello tettono-gravitativo (SCATG dalla relazione del CNR-IRPI), suscettibili tutti ad una “potenziale” riattivazione per sollecitazioni sismiche indotte dalla faglia “S.Fili-S. Marco Argentano”. A tal riguardo si ribadisce però che il medesimo rischio da frane sismo-indotte è analogo a gran parte dei centri abitati montani dell’intera regione Calabria, ed in particolar modo agli otto centri urbani allineati sulla medesima fascia morfo-tettonica (Figura 2). Di questi, tutti risultano parzialmente interessati da diffusi fenomeni gravitativi attivi, come riportato anche nella relazione redatta dall’Università di Firenze, in alcuni casi ampiamente monitorati (p.e. S. Martino di Finita) ma non per questo evacuati.
Per l’area in esame, ulteriore condizione di rischio deriverebbe dal telerilevamento satellitare che avrebbe rilevato un diffuso movimento di versante con coinvolgimento dell’intero centro abitato (relazione Università di Firenze). A tal proposito, i dati esibiti dai decisori non possono essere considerati esaustivi fin quando non supportati da specifiche indagini sul terreno che comprovino l’esistenza effettiva e la geometria del dissesto. Va considerato infatti che, nonostante l’attendibile tecnologia, il tele-rilevamento non può sostituire le indagini in sito ma solo integrarle, in quanto i risultati ottenuti non possono né essere considerati “risolutori”, né gli spostamenti rilevati su manufatti essere interpretati necessariamente come appartenenti a corpi di frana (Colombo e Troisi, 2008; Europa T.R.E.). Il dato satellitare, inoltre, permette attendibili letture solamente per l’area urbanizzata, mentre diviene inattendibile in zone caratterizzate da fitta vegetazione (Colombo e Troisi, 2008; Europa T.R.E.) come l’area al contorno dell’abitato.
Quindi, in assenza di specifiche indagini al suolo, appare alquanto dubbiosa la definizione e delimitazione di una frana attiva che interesserebbe l’intero abitato di Cavallerizzo con un’entità di movimento di 1cm/anno. Tale dato significherebbe uno spostamento di quasi 5 cm complessivi ad oggi, a fronte di un edificato storico perfettamente intatto e privo di evidenze di movimenti recenti o in atto. Difatti, oltre l’area interessata dal dissesto del 2005, nessuna attivazione di frana è stata registrata nel centro storico, neanche nell’anno 2009 nel quale le precipitazioni atmosferiche invernali hanno fatto registrare un valore cumulato, nei 90 giorni antecedenti il 7 marzo, dell’ordine dei 912,2 mm ossia circa 270mm in più rispetto al valore registrato nel 2005.
Ulteriore considerazione va fatta per l’adeguamento sismico di tutto il patrimonio edilizio che, secondo l’Ordinanza della Protezione Civile, contribuirebbe a rendere rilevanti i costi di messa in sicurezza. In proposito andrebbe precisato che, in qualsiasi centro storico, la totale ricostruzione ex novo rappresenterebbe la scelta più economica se non si considera la perdita dell’inestimabile valore del patrimonio storico, culturale e sociale che esso rappresenta. A supporto di ciò va infatti considerato che l’architettura di un paese nasce come risultato dell’azione di una civiltà di cui ne diventa simbolo e mai, in nessun caso, è stata il frutto dell’azione costruttiva di un singolo uomo (Pinna, 1999).
Gli eventi di Cavallerizzo ed i relativi fatti indotti, così come oggettivamente richiamati nel loro storico svolgimento, possono costituire, quindi, elemento di riferimento sotto molteplici aspetti: socio-culturale; politica di gestione del territorio; etica dei rapporti e delle funzioni dei vari Organi decisionali; assenza di informazione e quindi mancato coinvolgimento dei cittadini interessati. Difatti nella storia della geografia urbana minore in Calabria, così come anticipato e discusso da Ietto (1976), sono frequenti sia gli eventi calamitosi (frane, alluvioni, terremoti) e sia una sequenza di fallimenti degli interventi maggiori ogni volta adottati (Ietto, 1976; Teti, 2004), come p.es. la delocalizzazione degli abitati di Pentedattilo, Brancaleone, Roghudi, Badolato, Africo, Ghorio, Roccaforte, Canolo, Gallicianò, Laino Castello, Nardodipace-Ragonà, Careri-Natile, Bova (p.p.), Fabrizia (p. p.) Cardinale (p.p.), quanto per citare quelli di maggior esposizione mediatica. A ciascuno è conseguito, ogni volta, la cancellazione di “Luoghi”, la frammentazione cioè di comunità o la creazione di comunità disadattate con relative distorsioni sociali, oltre allo spreco di consistenti finanziamenti pubblici. Difatti la memoria familiare dei luoghi di nascita e dei primi anni di vita è uno degli elementi essenziali ai fini della costruzione dell’identità personale e quindi di una società (Piaget, 1969), ne deriva che le sensazioni, le percezioni, la memoria e la vita di un popolo sono sempre raccontate e rappresentate rispetto a un luogo (Teti, 2004). Alla luce di queste considerazioni si impone, quindi, la tutela dei centri storici, in quanto luoghi di relazioni umane o rappresentativi delle “radici di vita” degli individui, la cui eventuale estinzione deve essere ampiamente motivata ed il cui trapianto altrove esige le più ampie garanzie (Lucarelli e Forte, 1992). A tal proposito le passate esperienze calabresi dello “spaesamento-appaesamento” hanno sempre prodotto una perdita del senso di appartenenza e mutamento d’identità. Difatti emblematica risulta la delocalizzazione per rischio frana di Pentedattilo, avvenuta negli anni ’70, il cui nuovo centro apparve abbandonato ancor prima di aver mai vissuto una storia, a causa di una frammentazione di tutti i suoi abitanti nei paesi vicini. Oggi sono proprio quei borghi abbandonati per una “presunta” pericolosità ad essere oggetto di operazioni di recupero per la loro solidità, oltre che per la loro bellezza.
Nel caso di Cavallerizzo ed in tale prospettiva di analisi, l’evento potrebbe sintetizzarsi come un piccolo centro urbano, ancora stabile e perimetrato da aree in frana, ma che gli Organi decisionali hanno imposto comunque a totale trasferimento. Trasferimento, per altro, che dovrebbe attuarsi su un territorio con le medesime caratteristiche, se non peggiori, di esposizione al rischio morfo-tettonico. Il che, ancora, significa la cancellazione di un “Luogo” con tutto il suo patrimonio storico-culturale appartenente ad una minoranza etnico-linguistica di origine albanese che, come tale, andrebbe maggiormente preservata e tutelata. Su tanto, nulla viene esplicato ai cittadini interessati, se non a quasi 5 anni dall’emanazione dell’ordinanza e quando il nuovo centro è ormai completato al 70%. Ne deriva che i cittadini coinvolti subiranno un irrimediabile danno non solo fisico ma anche sotto l’aspetto etico-storico e tradizionale. Difatti la letteratura mondiale da oltre 60 anni (Carta di Atene, 1936; NEPA, 1969; Carta di Nairobi, 1976; Carta di Washington, 1987) affronta il problema della salvaguardia dei centri storici, denunciando i danni sociali che derivano dal trasferimento di comunità umane in maniera traumatica e impropria.
Allo stato attuale, con i dati pubblicati dalle Autorità competenti, andrebbe quindi rivista la frettolosa scelta iniziale della delocalizzazione totale dell’abitato di Cavallerizzo e consentire, dove è possibile, una messa in sicurezza del suo centro storico con opportuni interventi di consolidamento. Tale scelta consentirebbe salvare e ridare vita ad un patrimonio storico, civile e culturale di inestimabile valore, nonché identità ad una popolazione che altrimenti finirebbe con il perdere i suoi punti di riferimento, tradizioni e legami costruiti in 550 anni di storia.
Ringraziamenti
Nella stesura di questo lavoro mi sento in dovere di ringraziare i cittadini di Cavallerizzo e con essi tutti gli arbëreshë che hanno simpatizzato affinché si faccia luce su questa imposta vicenda. Ho avuto modo così di conoscere un popolo orgoglioso, di grande forza d’animo e dignità, legato come non mai alla loro terra, alle loro case e alle loro tradizioni. A questo punto un altro grazie va a mio padre, che dal suo divano e con la sua “sofferta” pensione, continua a supportarmi e a consigliarmi cautela, quando necessita, nonché di approfondire sempre la conoscenza delle cose anche da diverse angolature.
Bibliografia
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