Nei racconti di fantascienza, in romanzi, fumetti, film, ecc., tra le numerose “fanta-mirabilie” scientifiche e tecnologiche, incontriamo l’ibernazione umana, come pratica diffusa e comune in diversi ambiti (dai lunghi viaggi interplanetari per risparmiare risorse agli equipaggi delle astronavi, alla “temporanea” crio-sedazione di persone gravemente ammalate, in attesa di risvegliarsi nel momento in cui la scienza medica potrà curarle)… tutto molto affascinante, ma l’ibernazione umana o di animali, è una pratica attualmente considerata, studiata e sperimentata come vera e propria disciplina scientifica (un giorno) praticamente applicabile, o è solo una suggestiva trovata di alcuni abili scrittori? L’ibernazione è una condizione biologica in cui le funzioni vitali sono ridotte al minimo, il battito cardiaco e il respiro rallentano, il metabolismo si riduce e la temperatura corporea si abbassa. Si tratta di una pratica fino ad ora vista soltanto nei film di fantascienza, anche se oggi scopriamo che è stato compiuto un grande passo avanti verso la comprensione dei meccanismi alla base dell’ibernazione e del potenziale trasferimento di queste conoscenze in ambito medico-chirurgico.
Da ultimo, sulla rivista Scientific American, si legge che i ricercatori dell’UPMC Presbytherian Hospital di Pittsburgh, coordinati dal professore Samuel A. Tisherman, hanno pensato a come affrontare al meglio la lotta di un essere umano, barcamenato tra la vita e la morte, che spesso può rappresentare una sfida corporea rimessa alla tempestività dell’intervento dei soccorsi (si pensi alle persone giunte in pronto soccorso con ferite più o meno gravi, agli individui che, prima che le ferite stesse diventino fatali, hanno del tempo in cui possono ancora salvarsi). Gli studiosi parlano di una tecnica di ibernazione, che consente di sostituire il sangue dei pazienti con una soluzione salina fredda capace di bloccare l’attività cellulare del soggetto. La persona in pericolo di vita, non avrebbe battito cardiaco né attività neurologica per circa 2 ore…arco temporale in cui i medici, avvalendosi di una sorta di “time out” della vita del paziente, potrebbero attuare tutte le manovre utili affinchè venga salvato e curato. Terminata questa fase, il sangue verrebbe rimesso in circolo per far ripartire il cuore.
I vantaggi del raffreddamento, o ipotermia indotta, sono noti da decenni: le radici dell’utilizzo della riduzione della temperatura a scopo terapeutico risalgono all’antichità: l’induzione di ipotermia era già diffusa tra gli antichi Egiziani, Greci e Romani. Ippocrate prescrisse l’applicazione topica di ghiaccio sulle ferite per favorire l’emostasi; già Galeno, nell’”Opera Omnia” analizzò i possibili vantaggi dell’ipotermia, partendo dallo studio di casi accidentali. Il generale Larrey, chirurgo di Napoleone, durante le campagne militari, osservò una mortalità più alta fra i soldati feriti che venivano scaldati rispetto a quelli che rimanevano esposti a temperature ambientali più rigide. Quando il corpo umano si trova ad una temperatura normale di 37°C, le cellule necessitano di un regolare apporto di ossigeno per produrre energia, mentre quando il cuore smette di battere, il sangue non trasporta più ossigeno al cervello ed il paziente può sopravvivere solo per 5 minuti prima che il danno neurologico diventi irreversibile. A temperature notevolmente basse, però, le cellule richiedono meno ossigeno e, di conseguenza, tutte le reazioni chimiche dell’organismo subiscono un processo di rallentamento (si pensi alle persone cadute in un lago ghiacciato , che vengono rianimate, nonostante siano state sottoposte a temperature di molti gradi al di sotto dello zero).

