Sono trascorsi quasi 41 anni da quando Martin Cooper, ingegnere americano capo dei laboratori Motorola, il 3 aprile 1973, è riuscito a telefonare da una strada di Manhattan, al suo rivale, il direttore dei Bell Labs della At&T. L’apparecchio che aveva in mano era un prototipo, si chiamava Dyna-Tac, pesava un 1 chilo e tre etti, era sprovvisto di display, disponeva semplicemente delle funzioni di parlare, ascoltare e comporre un numero; con una batteria di 35 minuti di autonomia, che impiegava più di 10 ore a ricaricarsi. Ancora più curioso è apprendere dai media che la straordinaria invenzione che ha rivoluzionato le nostre vite è nata guardando Star Trek, in cui il comandante Kirk comunicava con l’astronave Enterprise utilizzando il transponder, una specie di walkie talkie che teneva legato alla cintola. Cooper si è detto «perché no?», cominciando a progettare un apparecchio veramente portatile… un oggetto cui assegnare un numero che identificasse una persona. Sono trascorsi quasi 41 anni dalla prima chiamata cellulare: a volte malediciamo il telefonino, ne facciamo un uso improprio; in casi d’emergenza però può rivelarsi una vera e propria ancora di salvezza. Certo è che ha subito un’evoluzione rapidissima e sul mercato ne esistono modelli sempre più tascabili, sottili e ultraleggeri.
Per anni ricercatori, produttori di telefoni cellulari e compagnie telefoniche hanno commissionato studi per capire se il cellulare fosse effettivamente dannoso per la nostra salute. Questi studi hanno portato a risultati spesso contraddittori e poco chiari, che hanno contribuito ad accrescere le incertezze e le preoccupazioni di chi, quotidianamente, passa molti minuti con l’orecchio attaccato al telefono. Sfiniti, abbiamo anche smesso di pensarci per non complicarci ulteriormente l’esistenza, fino a quando il tema della correlazione tra l’utilizzo del cellulare e l’insorgenza dei tumori è tornato alla ribalta: l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) , che ha dichiarato che con 1640 ore di uso del cellulare si aumenta del 40% il rischio di sviluppare tumori al cervello, ha presentato un ricorso (primo del genere in Italia) al Tar del Lazio (notificato ai Ministeri della Salute, dell’Ambiente, dello Sviluppo economico e al Miur) affinchè ordini al Ministero della Salute e al Governo di effettuare un’immediata campagna di informazione pubblica su scala nazionale sui rischi dell’insorgenza di tumori per l’utilizzo del telefono cellulare e sulle modalità da attuare per annullare o ridurre l’esposizione. La causa, lanciata dall’associazione Apple (Prevenzione e lotta all’elettrosmog) e da Innocente Marcolini, dirigente d’azienda bresciano che ha vinto nel 2012 una causa in Cassazione contro l’Inail , ottenendo che fosse stabilito il nesso di causa tra uso del telefono cellulare e il tumore alla testa che lo aveva colpito, e’ stata preparata dagli avvocati Renato Ambrosio, Stefano Bertone e Chiara Ghibaudo, dello studio legale Ambrosio e Commodo di Torino.

È ormai scientificamente assodato che i campi elettromagnetici, classificati dalla IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) come cancerogeni di gruppo 2B, ossia come “sospetti agenti cancerogeni” (per i quali vi è una limitata prova di cancerogenicità negli esseri umani e un’insufficiente prova di correlazione nei modelli animali) interagiscono con i tessuti biologici e l’interazione è tanto più potente quanto più ci si trova vicini alla sorgente e varia in base alla frequenza. Se è vero che nell’ottobre del 2012 la Corte di Cassazione ha riconosciuto una pensione di invalidità al manager Innocente Marcolini e che secondo la sentenza, il tumore benigno al nervo trigemino di cui soffriva il manager era attribuibile a un uso eccessivo del cellulare (5-6 ore al giorno per oltre 10 anni);è altrettanto vero che una sentenza non costituisce una prova scientifica. Non ci resta, dunque, che attendere ulteriori riscontri scientifici che evidenzino con certezza il nesso di causa-effetto tra l’uso dei cellulari e i tumori del collo e della testa.
