Qualcosa sta cominciando a mutare sullo scenario climatico planetario. Difatti, proprio nelle ultime settimane, si rafforza l’ipotesi di un ritorno del fenomeno di “El Nino”, che riacquisterà sempre più terreno lungo il Pacifico equatoriale nel corso della prossima stagione primaverile ed estiva. Le ripercussioni climatiche sarebbero su scala planetaria, ma ancora è troppo presto per dare tutti i dettagli. “El Niño”costituisce la parte più propriamente oceanica del fenomeno, ma a questo risulta accoppiato un complesso sistema di circolazione atmosferica, meglio nota come “Southern Oscillation”. La fenomenologia completa è perciò nota con il termine di “El Niño Southern Oscillation” (oscillazione meridionale “El Niño“). La parte atmosferica del fenomeno invece fa riferimento alla cosiddetta circolazione di Walker. Questa circolazione vede la formazione di un estesa cintura di bassa pressione che si distende lungo tutto il Pacifico equatoriale centro-orientale, a causa del graduale surriscaldamento delle acque superficiali oceanica. “El-Niño”inizia cosi ad insorgere a causa del surriscaldamento delle acque superficiali oceaniche del Pacifico orientale che, a sua volta, determina un notevole incremento dell’attività convettiva su tutto il Pacifico centro-orientale, modificano a loro volta la circolazione equatoriale dei venti, con l’allentamento degli Alisei, e delle correnti oceaniche.
Tali modifiche a loro volta sono all’origine di un vero e proprio sconvolgimento della distribuzione delle precipitazioni lungo tutto il Pacifico equatoriale. In sostanza con la fase di “El Niño” si instaura una circolazione con una forte attività convettiva (correnti ascensionali che originano i Cumulonembi e i temporali) e un conseguente incremento della copertura nuvolosa sul Pacifico orientale, mentre al contempo una più estesa area di “Subsidenze”(correnti discendenti) si viene a formare sul Pacifico occidentale, sull’area indo-australiana. In poche parole tale stravolgimento meteo/climatico comporta uno spostamento longitudinale verso oriente dell’intera circolazione di Walker. Tale teleconnessione atmosferica viene ben identificata anche dall’indice SOI (Southern Oscillation Index) che misura le oscillazioni di pressione sull’area del Pacifico prendendo delle località, come l’isola di Tahiti o la città di Darwin, nel nord dell’Australia. Negli ultimi anni, il posizionamento di decine di boe oceanografiche sparse su tutto il Pacifico occidentale, che misurano le temperature dell’acqua e la pressione atmosferica, ha permesso di poter studiare al meglio questi profondi squilibri barici fra gli opposti settori dell’oceano Pacifico, il più vasto del pianeta. Ancora oggi le cause che danno origine ad un fenomeno cosi complesso, e distribuito su cosi larga scala, come “El Niño”, sono in fase di ulteriore studi e approfondimenti.
Quel che si sa con maggiore certezza è che “El Niño” comincia a sorgere quando sull’oceano Pacifico le grandi onde planetarie di Rossby interferiscono con quelle di Kelvin, che si muovono in senso del tutto opposto. Tali interferenze favoriscono uno spostamento di grandi masse d’acque da ovest verso est, in direzione delle coste sud-americane, con un aumento del volume dell’acqua di circa 80-100 cm che accompagna un rallentamento dell’azione della fredda “corrente marina di Humboldt”, che dai mari sub-antartici risale l’intera costa occidentale dell’America meridionale, dal Cile meridionale fino all’Ecuador e alle isole Galapagos, causando un costante raffreddamento delle acque oceaniche che è all’origine della costante aridità che caratterizza il clima del Cile, della costa peruviana e dell’Ecuador meridionale. In questo caso lo sviluppo del fenomeno di “El Nino” è legato alla formazione di una vasta area di acque molto calde, sul Pacifico centro-occidentale, con anomalie termiche positive di +1,5°C +2.0°C, che va a contrastare con le acque molto più fredde presenti sul Pacifico orientale, nel tratto di oceano antistante le coste di Cile, Peru ed Ecuador, dove agisce il ramo principale della fredda “corrente marina di Humboldt” (alimentata dal flusso dell’Aliseo di SE che risale il Pacifico sud-orientale).

Lo sprofondare del termoclino lancia un “onda di Kelvin” che si propaga verso oriente. Questi venti occidentali sono in grado di trasferire dal Pacifico occidentale al Pacifico orientale un’“onda di Kelvin“, che in questo caso va identificata come una grande striscia di acque molto calde, che scorrono ad una profondità di circa 150 metri, lungo una direttrice ovest-est. Questa onda può essere osservata in superficie da un leggero aumento in altezza della superficie del mare, di circa 8 cm, e un sensibile aumento delle temperature delle acque superficiali su un’area estesa per diverse centinaia di miglia. In appena 30-60 giorni questa “onda Kelvin” si propaga dal Pacifico occidentale a quello orientale, spingendo un flusso di masse d’acqua molto calde che da Papua Nuova Guinea e dalle isole del Pacifico centrale si muove in direzione delle coste americane. Quando questa “onda di Kelvin” colpisce la costa del Sud America, in prossimità dell’Ecuador e della costa peruviana, l’acqua calda impatta sopra il ramo principale della fredda “corrente marina di Humbold”, che dai mari sub-antartici risale fino alle isole Galapagos bordando tutta la costa sud-americana, dal Cile al Peru e all’Ecuador meridionale.
