L’Aquila non e’ una citta’ fantasma, non e’ morta. L’Aquila e’ una citta’ ferita, apparentemente inerme, ma con una voglia grande cosi’ di rinascere. Che fa a cazzotti con la situazione paradossale che si vive al centro della citta’: da una parte il desiderio di riappropriarsi della propria vita, della propria casa, di molti aquilani, dall’altra l’impossibilita’ di poterlo e di volerlo fare “perche’ nel nulla non vogliamo andarci“. Il prossimo 6 aprile saranno trascorsi 5 anni da quella notte in cui un terremoto di intensita’ pari 6.3 gradi della scala Richter ha cambiato la vita di tante persone, devastando L’Aquila e i Comuni limitrofi. Oggi girare per le vie del centro, attraversare i portici, percorrere Corso Vittorio Emanuele, passare per i ‘4 cantoni’, fa male al cuore. Il silenzio ‘assordante’ quasi amplifica il rumore di trapani, martelli pneumatici, cigolii di mezzi meccanici o di gru che trasportano materiale. Sono solo i cantieri a portare un po’ di vita per le strade martoriate dell’Aquila: facendo due passi la mattina di un giorno qualsiasi in pieno centro e’ piu’ facile incontrare e ascoltare dialoghi in dialetti neanche abruzzesi (“Ecco una classica parlata aquilana”, racconta ironica e sconsolata Fiorella, che per colpa del terremoto ha perso un negozio e la propria casa). Su Corso Vittorio Emanuele, piu’ semplicemente sul ‘Corso’, sono aperti soprattutto bar, oggi veri e propri (in qualche caso gli unici) punti di aggregazione per i giovani aquilani. Con tutto quello che ne consegue. Come spiega Maurilio Grasso, dirigente della squadra mobile di L’Aquila, infatti, c’e’ una particolare “difficolta’ di aggregazione” a causa della mancanza di “ricostruzione quindi in particolari giornate, il giovedi’ e il sabato sera, i giovani si ritrovano al centro per quel poco che c’e’ ed e’ li che registriamo una concentrazione nei bar e nei locali dove si verificano risse. Abbiamo dovuto fare indagini in merito ad aggressioni dovute sicuramente all’assunzione di alcool in modo eccessivo. Ed e’ certamente aumentato anche il numero dei reati legati all’uso di sostanze stupefacenti”. Per Francesca, giovane ‘ex’ abitante del centro “non c’e’ sorpresa. Sapere che i giovani fanno abuso di alcol e droga non e’ una sorpresa: qui non c’e’ piu’ nulla, non hanno possibilita’ di svago”. In centro ci sono decine di cantieri aperti, ogni angolo e’ una strada chiusa, una transenna che vieta l’accesso perche’ ‘zona rossa’. In qualche caso a delle abitazioni e’ stata data l’agibilita’ “ma chi ci va? Andare ad abitare nel nulla per quale motivo?”, spiegano altri del posto. “So che gli affitti sono arrivati ormai alle stelle, a chi conviene riaprire in centro?”. In qualche caso sembra che i finanziamenti vengano divisi tra piu’ cantieri: ma cosi’, e’ la contestazione, non c’e’ certezza che il lavoro arrivi al termine se non dovesse arrivare il resto dei soldi.
QUESTIONE NEGOZI: “Al Corso non ci sono mai stati cosi’ tanti bar”, racconta un’altra cittadina aquilana. Sostiene qualcuno, gira voce, che l’agibilita’ concessa fino ad oggi per molti sia parziale e soprattutto in qualche caso addirittura presunta. E non solo: alcuni locali sarebbero stati ‘dimezzati’ per permettere la nascita di piu’ attivita’ commerciali. “Ho perso la mia attivita’ che avevo in via Sallustio- dice Federica- Il negozio e’ inagibile. Per un periodo ho lavorato in un container, ma sono stata poi costretta a chiudere”. Racconta invece Francesca, commerciante d’abbigliamento, all’interno di uno dei tanti centri aperti post sisma: “Io ho aperto questa mia attivita’ dopo il terremoto. Il mio problema e’ casa. Mia figlia aveva 2 anni quando e’ successo, non smetteva di urlare e nei giorni successivi non diceva altro che ‘si” e ‘no’. Mio figlio invece aveva 7 mesi e quella notte lo stavo allattando. Negli 11 mesi successivi ogni notte alle 3.25, 3.30 massimo 3.40 voleva il ciuccio”. Francesca abitava a San Pietro, uno dei ‘quarti’ di L’Aquila, oggi vive a Cese di Preturo, nel progetto C.A.S.E.: “Fosse per me, mi fosse concessa la possibilita’, a casa mia ci tornerei subito a vivere- spiega- ma come potrei portare i miei figli a vivere nel nulla? Li’ non c’e’ niente”. Appena fuori le mura, a Santa Barbara, viveva invece Federica all’epoca al settimo mese di gravidanza: “La sera del terremoto ero ad un battesimo con mio marito e i miei due figli- racconta- Facemmo tardi e andammo a dormire a Scoppito, a casa dei miei suoceri”. Fu la loro salvezza, perche’ a Scoppito il sisma si senti’ decisamente meno. Quella notte di cinque anni fa Piazza Duomo fu presa d’assalto da chi era riuscito a mettersi fuga. Oggi e’ desolatamente vuota. In qualsiasi giorno della settimana, in un’orario ‘di punta’, l’alimentari che vende prodotti tipici lavora per gli operai dei tanti cantieri del centro, come pure il vicino bar, l’ennesimo della zona.
LA SCUOLA, ALTRA NOTA DOLENTE: Il pensiero di Angelo Mancini, dirigente scolastico del Liceo Cotugno di L’Aquila, vale per tantissimi: “I ragazzi hanno bisogno non solo della scuola ma hanno bisogno di scandire il tempo della loro vita una maniera diversa: la mattina a scuola, il pomeriggio a casa e poi i centri di aggregazione che non possono essere solo le istituzioni scolastiche. Questo e’ necessario e andava fatto subito, i fondi del governo sono insufficienti per tutto, la regione poteva fare di piu’ e non e’ stato fatto, non c’e’ stata una legge per questa citta’ che pure e’ il capoluogo della regione Abruzzo”. Come pure quello di Domenico Evangelista, preside dell’istituto superiore ‘Da Vinci’: “Oggi il nostro edificio e’ ancora inagibile, siamo ospiti da quattro anni in un Musp (Moduli a uso scolastico provvisorio ndr) che inizia a manifestare tutta la sua provvisorieta'”. I Musp sono i moduli a uso scolastico provvisorio costruiti subito dopo il terremoto per poter riaprire le scuole. In tre mesi le scuole in muratura che avevano subito danni lievi sono state messe in sicurezza e riaperte, per le altre – tutt’ora inagibili – sono stati aperti i Musp, 19 moduli per le scuole statali e 5 per le scuole paritarie nella sola citta’ de L’Aquila. Pochi secondi sono bastati per cambiare la vita a migliaia di persone, cinque anni non sono serviti per ridarle la dignita’ che merita.