Recentemente il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha diffuso ripetutamente la notizia di un piano teso alla ristrutturazione ed alla messa in sicurezza degli edifici scolastici di tutta Italia. Un piano fondamentale ed assolutamente necessario ma che, per essere veramente incisivo ed efficace, deve accompagnarsi ad ulteriori e significativi interventi a salvaguardia del nostro territorio anche sotto altri aspetti della vulnerabilità, non ultimi quelli legati al rischio idrogeologico ed alle alluvioni. Il geologo Giampiero Petrucci ne parla con Vittorio d’Oriano, Vice-Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi.

“Innanzi tutto vorrei allargare il campo: oltre alle scuole, pensiamo anche agli ospedali ed in generale a tutti gli edifici pubblici. Purtroppo però in questo caso non si parla di una semplice ristrutturazione o di rendere più confortevoli gli edifici: gli adeguamenti strutturali anti-sismici sono lunghi e complessi, richiedono molto tempo ed attenzione. L’intervento del geologo è fondamentale in quanto può valutare adeguatamente le condizioni attuali dell’edificio in funzione del rischio: si tratta in pratica di una “microzonazione a posteriori” ovvero di capire, tramite tutte le indagini di microzonazione sismica, il livello di vulnerabilità di ogni fabbricato. Dunque di discriminare i vari edifici, di stabilire una scala di valori e priorità, possibilmente all’interno di ogni Comune in modo che i Sindaci abbiano gli strumenti adatti per mettere in sicurezza i cittadini“.
“Sì, qualcosa di simile. Una specie di carta d’identità dell’edificio, capace di rappresentare le sue condizioni strutturali ed identificare rischi e vulnerabilità cui è sottoposto. Almeno per scuole ed ospedali. Sarebbe un grande passo in avanti per cui tutti noi geologi ci battiamo da tempo“.
In effetti il nostro patrimonio edilizio risulta molto trascurato ed inadeguato, non solo sotto l’aspetto del rischio sismico. Ma allora la colpa di una così alta vulnerabilità del nostro territorio ai disastri naturali è colpa del clima o dell’uomo?
“Questa è una domanda che mi viene posta spesso e sulla quale ho molto riflettuto. Come sempre, la verità sta nel mezzo. Certamente le cosiddette “bombe d’acqua”, fenomeni rari fino ad una quindicina di anni fa, hanno provocato grandi problemi in aree in cui questi eventi erano pressochè sconosciuti. L’urbanizzazione selvaggia, talora pure in zone soggette ad inondazione, ha fatto il resto. La combinazione di questi due fattori ha esaltato la vulnerabilità del territorio“.
“L’uomo non si rende conto, commettendo una sbaglio abnorme, che i fiumi sono cose vive: un corso d’acqua è un sistema molto dinamico, si evolve, deposita, esonda, ha bisogno dei suoi spazi. Non può essere costretto e confinato in una sezione in maniera indiscriminata, a piacere, senza un accurato studio a monte. La stratificazione urbanistica di molte nostre città, pensiamo ad esempio a Roma e Firenze, risale a centinaia se non migliaia di anni fa se non di più. Non possiamo certo demolire o delocalizzare i centri storici edificati sulle sponde dei fiumi! Ma Arno e Tevere, giusto per rimanere nei casi sopra citati, sono ancora fiumi a rischio. Dunque dobbiamo trovare un sistema in grado di limitare le piene più consistenti“.
Quale può essere questo sistema?
“Dobbiamo valutare bene caso per caso, non si può generalizzare. Certamente le casse di espansione, a monte dei centri urbani, possono contribuire molto a laminare le piene. Ma io penso anche ad un’altra soluzione: si deve intervenire sulle sezioni idrauliche, anche con l’adeguamento degli alvei, ma questo oggi rimane una specie di tabù. Io però devo essere in grado di controllare ciò che il fiume porta e deposita, devo sviluppare un master plan del bacino in grado di verificare la dinamica fluviale che, non dimentichiamo, è una questione geomorfologica rientrante nella normale evoluzione della crosta terrestre. Non dobbiamo dimenticare inoltre che un fiume va dai monti al mare e qualsiasi intervento lungo il suo corso si ripercuote inevitabilmente sia a monte che a valle. Le nostre coste dovrebbero essere in equilibrio con la dinamica marina ma anche con ciò che i fiumi trasportano. E un discorso complesso ma i geologi sono in grado di studiare e capire fino in fondo queste dinamiche e prevedere prima gli effetti di un certo intervento così da calibrarlo al contesto generale dell’area“.
“Direi proprio di sì, a livello di cittadinanza ma anche di istituzioni. In ogni caso il Sindaco deve essere messo in condizione di identificare le zone a rischio in ogni Comune. Dove, ad esempio, una piena può portare un’esondazione senza danni o dove invece può sviluppare danni enormi, anche in termini di vite umane. Così come, tornando al discorso iniziale, un terremoto può colpire in maniera più consistente. La microzonazione non deve essere soltanto sismica ma, per così dire, anche idrogeologica“.
In questo contesto il ruolo del geologo può assumere particolare rilevanza, anche dal punto di vista divulgativo
“Esattamente. Il geologo deve favorire la diffusione delle conoscenze in termini semplici ed accessibili, cominciando dalle scuole. Si deve studiare il territorio ed istruire i cittadini su rischi e pericoli delle aree in cui abitano e vivono. Abbiamo notato più volte, anche in disastri recenti, che alcune vittime non sono provocate da fatalità quanto piuttosto da comportamenti avventati ed in definitiva dal non sapere cosa fare in caso di alluvioni o terremoti. Ecco perché l’istruzione diventa fondamentale“.
Così come appare fondamentale l’istituzione del cosiddetto “geologo di zona” e la promulgazione della relativa legge.
“Certamente. Il geologo deve diventare un referente importante per tutti, cittadini ed istituzioni. Una specie di “medico condotto del territorio”. Così come il medico conosce nei minimi dettagli la vita e le malattie di ogni suo paziente, il geologo può e deve conoscere il territorio in ogni suo aspetto, individuare i punti deboli e critici e gli interventi più opportuni per diminuire la vulnerabilità agli eventi calamitosi. Ecco quale deve diventare il ruolo del “geologo di zona”“.
