Le storie dei viaggi sotto il mare costituiscono un sottogenere del racconto di “Viaggi fantastici o straordinari” che tanta popolarità ebbe nei secoli XVIII e XIX. Il classico riconosciuto di questo genere è Vingt mille lieues sous les mers, “Ventimila leghe sotto i mari” (1870) di Jules Verne, anche se la prima opera a parlare di sottomarini rimane Les Deux étoiles (1848) di Théophile Gautier. Nel suo romanzo, Verne racconta la vicenda di alcuni americani e francesi che, partiti sulla fregata di gran corso “Abram Lincoln” per liberare gli oceani da un mostro marino di proporzioni grandiose, si trovano sbalzati da una formidabile ondata sulla corazza del sottomarino “Nautilus“, dove verranno poi ospitati per molti mesi. Il capitano Nemo, l’ideatore del sommergibile è un uomo affetto da una feroce misantropia, che perseguita con odio le navi inglesi: in realtà è un ex principe indiano spodestato dai britannici che si vendica appena può, dei torti subiti. Assieme a lui ed al “Nautilus” Verne ci trasporta in un fantastico viaggio al di sotto dell’Istmo di Suez, non ancora tagliato nei pressi della misteriosa città di Atlantide e di antiche navi inabissate colme di tesori, in mezzo a cannibali, polipi giganteschi, selve sottomarine e cimiteri di coralli. Si tratta di un vero capolavoro di fantasia drammatica, in cui spicca la figura vivissima del capitano Nemo, tracciata con tutte le penombre dell’eroe romantico e con qualche tratto di quel superuomismo caro alla letteratura dell’epoca. Il libro di verne, nonostante il grande successo ottenuto, non fu molto copiato dagli scrittori contemporanei. Soltanto The Great Stone of Sardis (1898) di Frank StocKton, Lord of the sea (1908) di Herbert Strang, e Captain black (1911) di Max Pemberton trattano di avventure a bordo di sottomarini ma sono incentrati soprattutto sul passaggio di un posto all’altro del mondo più che sull’esplorazione elle meraviglie degli abissi.
Dell’esplorazione degli abissi si parla invece in The abyss (1896) “negli abissi” di Herbert George Welles, un racconto su un batiscafo con un uomo a bordo che viene immerso nelle profondità oceaniche. Elstead, il protagonista, scoprirà sul fondo del mare una strana città di bipedi dagli arti palmati e dalla testa da camaleonte che inizieranno ad adorarlo come un dio benuto dal cielo. Sullo stesso tono si presenta anche The Maracot Deep (1929) di Artur Conan Doyle, un romanzo sul viaggio sottomarino di un batiscafo a bordo degli scienziati amerticani che riprende il vecchio tema della civiltà scomparsa di atlantide e del suo sprofondamento nell’oceano atlantico nel lontano passato. Jack Williamson in the Green girl (1930), fa scendere invece i suoi eroi sul fondo del mare in una strana macchina denominata “Omnimobile” e progettata involontariamente per i viaggi interplanetari. I due protagonisti, scopriranno così, al di sotto dell’Oceano pacifico, un nuovo mondo con tanto di mari, terre e atmosfera (e anche di mostri e belle fanciulle di merrittiana (memoria), cui fa tetto proprio il Pacifico. La fantascienza degli anni ’30 e ’40 ha piuttosto trascurato questo tema, soprattutto perchè offriva pochi spunti per avventure drammatiche, a parte i soliti duelli con piovre o seppie giganti. Durante gli anni ’50, invece, gli scrittori di Sciece Fiction ritrovarono un nuovo interesse per la vita sotto il mare, dedicando la loro attenzione soprattutto all’esame della possibilità per l’uomo di sviluppare una sua civiltà negli oceani, vista la carenza di spazio vitale ormai presentatasi sulle terre emerse. Frederick Pohl e Jack Williamson furono forse i primi ad approfondire questo argomento nella loro trillogia (Undersea) composta di Undersea quest (1954), “la città degli abissi”, Undersea Fleet (1955) “la giungla sotto il mare” e Undersea City (1958), assieme ad Arthur C. Clarke, con The deep Range, che rimane uno dei romanzi migliori sulla colonizzazione del mare e sulla possibilità della vita umana in cupole pressurizzate.
Il melodrammatico city under the sea (1957) dell’inglese Kenneth Bulmer affronta l’argomento dal punto di vista dell’ingegneria genetica, postulando l’ipotesi della modificazione del corpo umano, per renderlo adattabile a viverlo nel mare. La stesa idea venne successivamente ripresa e sviluppata da Gordon Dickson, In “The space Swimmers” (1963) e da Hal Clement in Ocean on top (1967). Ricordiamo infine due romanzi che trattano di avventure che trattano di sottomarini. The Dragon Sea (1956) di Frank Herbert, un eccellente thriller su una guerra atomica tra est e ovest nel ventunesimo secolo e sulla missione del sommergibile americano “RAM” contro i depositi di combustibile del nemico, e Voyage to he Bottom of the sea (1961) di Theodore Sturgeon, che poneva in forma romanzata la sceneggiatura del film omonimo e fondeva il vecchio tema dell’esplorazione sottomarina alla Verne con quello più recente della minaccia della catastrofe planetaria.
