
Nel porto olandese di Ijmuiden, un gruppo di 30 attivisti ha bloccato in porto la GSP Saturn, una piattaforma petrolifera in uso alla compagnia di stato russa Gazprom e destinata a trivellare nel remoto Mar di Pechora. La protesta è durata all’incirca cinque ore, sei attivisti sono ancora in arresto.
Nelle stesse ore un altro gruppo di 15 attivisti, partiti dalla nave di Greenpeace Esperanza, ha occupato nel Mar di Barents la Transocean Spitsbergen, piattaforma sotto contratto con la compagnia petrolifera norvegese Statoil, in procinto di trivellare vicino alla riserva naturale dell’Isola dell’Orso. Al momento gli attivisti sono ancora a bordo della piattaforma.
Greenpeace chiede il bando di tutte le attività di esplorazione petrolifera e di pesca industriale insostenibile nell’Artico e l’istituzione di un Santuario al Polo Nord. Lo scorso settembre, l’arresto e l’incarcerazione degli “Arctic30” – 28 attivisti e due giornalisti freelance – hanno riacceso i riflettori del mondo sulla corsa al petrolio artico da parte di compagnie come Gazprom, Shell e Statoil.
«Shell ha già dimostrato quanto sia difficoltoso lavorare nell’Artico statunitense, dove condizioni meteo estreme hanno portato ad una serie di imbarazzanti fallimenti. Oltre cinque milioni di persone in tutto il mondo stanno ora dicendo a gran voce a queste compagnie petrolifere che le estrazioni in Artico non valgono un rischio così grande, sia per l’ambiente che per la propria reputazione» conclude Ayliffe.
