
Dopo l’evento franoso iniziarono subito le operazioni di soccorso, fra mille difficoltà per la presenza di metri e metri di fango imbibito di acqua che copriva tutto. Il bilancio delle vittime salì di giorno in giorno, mentre l’arrivo del bel tempo faceva irrigidire il fango rendendo sempre più difficili i lavori di recupero dei cadaveri. Alla fine il bilancio, terribile, fu di 160 morti. “Una strage nel fango”, così titolò un giornale italiano all’indomani della frana. L’evento, che ebbe forte impatto emotivo sugli italiani, portò i legislatori a scrivere e rendere legge il cosiddetto “decreto Sarno”, un decreto legge poi riconvertito in legge dello Stato che finalmente dava una spinta alla realizzazione di quella mappatura del rischio idrogeologico di cui in realtà l’Italia aveva bisogno da decenni, da prima dell’alluvione di Firenze del 1966. Servirono tante nuove vittime purtroppo perché le cose si muovessero.
Purtroppo questo utile strumento è ancora troppo poco valorizzato, perché nonostante sulla carta le aree a rischio siano segnate ed evidenziate, troppe poche volte si procede a una reale mitigazione. Inoltre le mappe di rischio andrebbero costantemente aggiornate, ma spesso mancano fondi. Gli investimenti per mitigare il rischio idrogeologico sono quasi nulli, e nel frattempo a distanza di sedici anni da Sarno si continua a morire di alluvioni e frane.