
“Il tumore della vescica – spiega Vincenzo Mirone, professore ordinario di Urologia dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e Direttore della Scuola di Specializzazione in Urologia dello stesso ateneo – è una malattia diffusa, importante per l’impatto sulla qualità della vita, e grave sia per le manifestazioni che per la mortalità. Ogni anno, in Italia, ne vengono diagnosticati mediamente oltre 70 casi ogni 100.000 uomini e all’incirca 16 ogni 100.000 donne. Vale a dire che il rischio di diagnosi di tumore della vescica nel corso della vita compresa fra 0 e 74 anni, è superiore al 41% fra gli uomini (1 caso ogni 24 uomini) e al 7% fra le donne (1 caso ogni 140 donne). Solo nel 2013, in Italia, le nuove diagnosi sono state all’incirca 27.000 (il 7.4% di tutti i nuovi casi) ma si stima che gli oltre 24 mila casi del 2011, supereranno i 30.300 nel 2020. Numeri, dunque, elevati non imputabili però solo alla difficoltà di prevenire adeguatamente la malattia. Spesso si trascurano anche i fattori di rischio che ne possono aumentare l’insorgenza: primo fra tutti il fumo di sigaretta che aumenta di ben 2/3 le possibilità di incorrere in un tumore della vescica nel maschio e di 1/3 nella femmina, fino a moltiplicare di 4-5 volte la possibilità di sviluppare la malattia rispetto a un non-fumatore. A questo si aggiungono l’esposizione ad alcuni agenti tossici – anilina e amine aromatiche (benzidina, 2-naftilamina) – presenti nei coloranti e nelle vernici (più a rischio saranno i lavoratori che maneggiano quotidianamente queste sostanze), l’assunzione di analgesici, in particolare la fenacetina che aumenta il rischio di tossicità (meglio usare il paracetamolo) e l’eccesso di caffè, quest’ultimo considerato però come fattore di rischio potenziale”. “Un risultato, quello di un migliore trattamento in fase iniziale – continua il prof. Mirone – oggi possibile grazie anche a strumenti diagnostici sempre più precisi. Quale ad esempio la PDD che aiuta a discernere meglio fra benignità e malignità di una lesione e a scoprire focolai di forme preneoplastiche (CIS) invisibili ad occhio nudo. Si tratta di una metodica poco invasiva, a cui sono candidati i pazienti sottoposti a un intervento chirurgico endoscopico. Mezz’ora prima dell’ingresso in sala operatoria, sfruttando il catetere di cui di norma il paziente è già portatore, viene inoculata nella vescica (che deve essere mantenuta piena) una sostanza cromofora di cui si impregnano le muscose”. Una volta stimolata con una illuminazione a luce blu, la sostanza emette una fluorescenza nello spettro del rosso che consente di discriminare, nell’organo vescicale, le cellule sane da quelle tumorali. “La sostanza – precisa il prof. Martorana – sarà in grado di evidenziare sulla mucosa vescicale delle microalterazioni neoplastiche, anche infinitamente piccole, le quali sarebbero diversamente sfuggite all’attenzione del chirurgo. È dimostrato, in letteratura, che la PDD perfeziona la diagnosi, aumenta l’identificazione di neoplasie ad alto rischio in rapporto alla cistoscopia con luce bianca, finora utilizzata con maggior frequenza. Va detto però che la PDD consente solo il riconoscimento macroscopico di alcune lesioni, non fa diagnosi. Questa deve essere accertata da una biopsia eseguita sul pezzo di tessuto prelevato grazie alla PDD”.