45 anni fa la conquista della Luna: il piccolo passo di Armstrong, “grande balzo per l’umanità”

Sono trascorsi 45 anni da un evento che ha inondato di emozioni ogni angolo della Terra, tanto che ancora oggi quel giorno d’estate è ricordato e celebrato in tutto il mondo. Erano le 4:56 minuti e 15 secondi del 21 luglio 1969 in Italia, le 22:56 minuti e 15 secondi (east time) del 20 luglio negli Stati Uniti quando il Comandante della missione Apollo 11 impresse la sua orma sul nostro satellite, tanto che le sue parole rimarranno per sempre nella nostra memoria. Neil Amstrong, titubante, sull’ultimo gradino della scaletta del Lem ‘Aquilà, disse: “Ora scendo. Sarà un piccolo passo per un uomo, ma un gigantesco passo per l’umanità”. Poi, finalmente, prese coraggio e, dopo aver allungato la gamba e poggiato il suo piede sulla gessosa superficie della Luna, divenne il primo uomo al mondo a sbarcare sul suolo lunare.

APOLLO 11Poco dopo scese anche il suo compagno di viaggio, Edwin Aldrin, detto “Buzz”, mentre in orbita intorno alla Luna, a bordo della capsula madre “Columbia”, restò ad aspettarli il terzo astronauta della missione Apollo 11, Michael Collins, “Mike” per gli amici… paradossalmente l’unico così vicino ma anche l’unico a non poter vedere l’incredibile evento in diretta. La missione era iniziata il 16 luglio alle 9:32 ora locale, quando il gigantesco razzo vettore Saturno 5, alto oltre 111 metri, si era alzato dalla rampa 39/B del Centro Spaziale di Cape Kennedy, in Florida. Quel giorno, 8 mila ospiti selezionati e 2 mila giornalisti fortunati invitati del Centro Spaziale di Cape Kennedy, ridendo, piangendo, soffrendo ed esultando, avevano avuto il piacere di assistere al lancio dell’Apollo 11, la missione che avrebbe portato, per la prima volta, nella storia dell’umanità, due uomini sul suolo lunare. Con loro, collegata via radio, attraverso la televisione o informata dai giornali, era col fiato sospeso tutta la Terra o meglio, quasi tutta, dal momento che la Cina comunista, la Corea del Nord e l’Albania non avevano ritenuto opportuno informare i propri cittadini della straordinaria impresa. A bordo, come noto, vi erano 3 astronauti: il Comandante della Missione, Neil A. Armstrong, il Pilota del Modulo di Comando Michael Collins, il Pilota del Modulo lunare E. Aldrin Jr.

Alle 15:27 del 20 luglio ebbe inizio la fase finale del volo per la Luna. Venne nuovamente pressurizzata la cabina di Eagle e Armstrong e Aldrin vi presero posto per il loro emozionante allunaggio. Dopo una serie di controlli e correzioni utili, Eagle era finalmente pronta per distaccarsi con le sue gambe dal Columbia, iniziando la sua discesa verso la superficie lunare con l’aiuto del suo piccolo motore di discesa. Dopo 10 minuti di volo su Eagle, a circa 600 metri di altezza sopra il  “Mare della Tranquillità”, Armstrong e Aldrin si sforzarono di individuare il luogo esatto fissato per l’allunaggio, osservando da vicino attentamente la superficie del nostro satellite. Purtroppo, invece della liscia pianura priva di ostacoli che attendevano, si trovarono di fronte come bersaglio, un cratere di circa 180 metri di diametro, con pareti irregolari, rendendosi conto che la superficie ineguale a quella ipotizzata non era adatta al contatto, al punto che Armostrong decise di sostituirsi ai comandi automatici, assumendo il controllo manuale della rotta del ML, senza consultarsi con la base di Houston, forte di intense giornate di addestramento nel simulatore, esperimenti in centrifuga, studi di astronomia, geologia, fisica e astrofisica, corsi di sopravvivenza imparando dagli Indios come costruire una zattera, avanzamenti nella giungla, strisciando nel deserto, catturando e mangiando lucertole e insetti… tutto questo per affrontare qualunque imprevisto sulla Terra, in volo o sulla Luna.

La discesa di Eagle continuò ma, a 100 piedi di altezza, comparve una luce rossa sul pannello della strumentazione: poca benzina rimanente e solo 90 secondi restanti per posarsi sulla Luna o, in alternativa, per rinunciare, decidendo di accendere il piccolo motore che li avrebbe condotti nell’orbita per riagganciarsi al Columbia. Iniziò il conto alla rovescia verso l’epocale contatto dei piedi di Eagle con la superficie lunare, l’annuncio dello stop ai motori e il celebre piccolo grande passo di Armstrong che avrebbe rappresentato il grande balzo per l’umanità. L’evento, in tutto il mondo, dimostrò la grandezza delle capacità e dell’intelligenza umana, in grado di raggiungere un corpo celeste esterno al sistema Terra, con un impatto emotivo raggiunto sollecitando la consapevolezza, in ogni spettatore, dell’epocale importanza dell’evento cui era stato chiamato ad assistere. La diretta televisiva del 20-21 luglio 1969, la prima in mondovisione, vene seguita da più di 20 milioni di persone e durò oltre 25 ore, raggiungendo l’apice quando l’astronauta mise piede sulla Luna. La diretta venne comunicata con le modalità di un film (RAI Radiotelevisione italiana presenta “L’uomo sulla luna” per mettere in risalto, ancor più, la straordinarietà dell’evento, talmente unico da poter essere oggetto di una produzione cinematografica, aggiungendo: “L’uomo sta per violare il primo mistero dell’Universo, sta per compiere la prima tappa dell’esplorazione del Cosmo. La stessa generazione che ha liberato l’energia atomica realizza oggi l’antico sogno dell’uomo di spingersi oltre i confini del Pianeta su cui è destinato ad abitare…”). Il grande giornalista Andrea Barbato presentò l’impresa, dal minuto 1:69 al minuto 6:39 circa, con toni epici per enfatizzarne l’aspetto eroico, accomunando la conquista della Luna ai viaggi di Colombo e all’arrivo in America dei Padri Pellegrini.

Il 24 luglio 1969 il cerchio, aperto sette anni prima l’allora presidente degli Stati uniti d’America, John F. Kennedy, quando alla Rice University proclamò il discorso col quale prometteva al suo popolo la Luna, si stava per chiudere. Quel discorso, impresso come un marchio a fuoco nella collettività, diceva: “Abbiamo deciso di andare sulla Luna. Abbiamo deciso di andare sulla Luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese, non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla e siamo determinati a vincerla, insieme a tutte le altre”. Forse però, ancora prima del discorso di Kennedy, il cerchio si era aperto nel 1958, quando i Russi avevano spedito nello spazio lo Sputnik, dando così il via ufficialmente alla corsa allo Spazio. Gli Usa erano stati a guardare ancora nel 1961, quando Jurij Alekseevi? Gagarin diventava il primo uomo in orbita.

Con Kennedy, però, l’America divenne la protagonista eroica ed indiscussa della conquista della Luna, chiudendo il cerchio quel 24 luglio 1969 con l’ammaraggio dell’equipaggio dell’Apollo 11 della Nasa nell’Oceano Pacifico, riportando a casa la più grande delle imprese scientifiche e tecnologiche del secolo: solo quattro giorni prima, il 20 luglio 1969, prima Armstrong, poi Aldrin, erano scesi dal modulo lunare Eagle, erano diventati i primi uomini a solcare la superficie lunare, davanti ad oltre mezzo miliardo di persone incollate alla televisione. Il resto è storia. L’orma di Neil Armstrong è ancora lassù, come traccia indelebile del primo uomo a mettere piede sul nostro satellite poiché sulla Luna non c’è vento che possa cancellarla. Sono passati 45 anni dal 20 luglio 1969. Quel “piccolo passo per un uomo” è ancora considerato da tutti “un grande salto per tutta l’umanità”. Sulla Luna gli astronauti dell’Apollo 11 lasciarono una targa con scritto: “Siamo venuti in pace per tutta l’umanità”. A 45 anni di distanza, con la Guerra Fredda ormai affidata ai libri di storia, quella frase è forse ancor più corrispondente al vero. La loro impresa appartiene davvero a tutti noi e quella notta la Luna, cantata dai poeti, bramata dagli scienziati, venne finalmente calpestata da piede umano.