In questi 45 anni dal primo ‘allunaggio’ di un essere umano, il 20 luglio 1969, la scienza ha iniziato a esplorare con vari studi e sperimentazioni come l’assenza di gravità influisca sulla salute umana. Con risultati interessanti e per certi versi stupefacenti, di cui fanno tesoro gli astronauti moderni, ormai preparati ad affrontare qualsiasi insidia durante le loro missioni. Prima di tutto, per i ‘globetrotter’ dello spazio il rischio principale riguarda i muscoli. Parola di scienziati, la trasferta spaziale arriva quasi a dimezzare la potenza fisica. In termini di capacità di performance muscolari, il corpo dei ‘turisti galattici’ in casco e tuta invecchia di decenni.
Come a dire che, se alla partenza un astronauta ha un età anagrafica compresa fra i 30 e i 50 anni, al ritorno i suoi muscoli potrebbero dimostrarne 80. A lanciare l’allarme è stata un’equipe americana coordinata da Robert Fitts della Marquette University di Milwaukee, nel Wisconsin, che in uno studio pubblicato sul ‘Journal of Physiology’ analizza per la prima volta gli effetti cellulari dei viaggi spaziali molto lunghi. Ma l’insidia per la salute di chi viaggia nello spazio non è solamente la perdita di massa ossea e muscolare: un nuovo studio dimostra infatti che gli astronauti sono soggetti anche a un sensibile peggioramento della vista durante e anche dopo le loro missioni. Ne hanno parlato sulla rivista ‘Ophthalmology’ esperti dell’Alaska Native Medical Center di Anchorage, incaricati dalla Nasa di approfondire questo aspetto delle spedizioni in orbita.
L’indagine ha coinvolto oltre 300 astronauti americani di ritorno da missioni di varia durata. Rilevando che almeno il 50% di coloro che hanno partecipato ai viaggi di maggior durata (6 mesi e oltre) ha riportato problemi di vista che prima di lasciare la terra non aveva: in particolare, le difficoltà incontrate dai professionisti dello spazio consistevano in difficoltà nel vedere oggetti vicini durante le missioni e anche dopo essere rientrati dal loro incarico. Si è poi scoperto che anche il sistema immunitario degli astronauti si indebolisce, così come la capacità del loro corpo di eliminare le cellule tumorali. Sono i risultati di una ricerca statunitense che dovrà ora essere approfondita, come afferma la direttrice del programma sistemi biologici integrati del comando medico dell’esercito americano, Marti Jett. Fuori dall’atmosfera, mentre il sistema immunitario si indebolisce, i batteri aumentano la loro virulenza. E questo spiega perché le ferite guariscono difficilmente nello spazio.
I ricercatori hanno voluto analizzare il meccanismo molecolare e genetico alla base di questo fenomeno. Per farlo hanno condotto un esperimento a bordo di una navicella americana, nel 2011, con cellule umane e una tossina, il polisaccaride (o Lps), uno dei componenti della parete cellulare esterna dei batteri Gram-negativi. Dopo 6 giorni nello spazio in microgravità gli astronauti avevano messo in contatto le cellule con Lps, registrando lo sviluppo di caratteristiche genetiche tipiche di una disfunzione immunitaria in assenza di gravità. “Quando queste cellule sono state sottoposte a Lps, responsabili sulla terra di shock settici, non hanno risposto dal punto di vista immunitario: erano troppo impegnate a reagire all’assenza di gravità per avere la forza di combattere i patogeni”. Altri studi hanno poi dimostrato che la microgravità altera la rigenerazione dei vasi sanguigni e attiva i geni implicati nell’artrite reumatoide e nella crescita dei tumori. Non solo.
La mancanza di gravità potrebbe accrescere anche il rischio di degenerazione neurologica. Infine, è stato scoperto che la cefalea ‘spaziale’ esiste davvero: ne soffrono ben due terzi degli astronauti mentre sono in missione, anche se, quando si trovano sulla terra, non hanno mai dovuto fare i conti con il mal di testa. Lo hanno evidenziato sulla rivista ‘Cephalalgia’ i ricercatori del Leiden University Medical Centre (Olanda), che hanno intervistato 17 astronauti . La cefalea ‘da spazio’ viene descritta dagli astronauti come ‘esplosiva’, nel senso che appare all’improvviso e si scatena con velocità, con un’intensità media, ma che richiede comunque l’assunzione di un farmaco ad hoc per calmare i sintomi. Gli studiosi vorrebbero che venisse classificata come una malattia a sé: non appare infatti correlata con gli altri malesseri che si subiscono quando si viaggia fra un pianeta e l’altro, anche se sembra anch’essa dovuta all’assenza di gravità. Questa condizione può infatti causare un abbassamento dei livelli di ossigeno nel sangue e un aumento della pressione intracranica, che possono essere causa di mal di testa.
