Ambiente: INGV, il cambiamento climatico modifica le coste del Mediterraneo

Mediterraneo_mapI cambiamenti climatici e il conseguente scioglimento dei ghiacci polari, i movimenti delle placche tettoniche, i terremoti e l’attivita’ vulcanica, sono tra le maggiori cause della variazione delle coste del Mediterraneo. E’ la diagnosi dello studio “Coastal structure, sea-level changes and vertical motion of the land in the Mediterranean” realizzato dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), pubblicato sula rivista della Geological Society di Londra. La ricerca, che e’ servita a fare un quadro delle zone maggiormente a rischio, e’ stata finanziata dal Miur, dal Cnr e dall’Unesco, sotto l’egida dell’International union for quaternary research (Inqua). “Si e’ trattato di un lavoro lungo e complesso, iniziato circa 10 anni fa -afferma Marco Anzidei, primo ricercatore dell’Ingv e coordinatore dello studio- grazie al quale e’ stato possibile fotografare la situazione attuale delle coste del Mediterraneo e di come queste siano soggette a deformazioni. L’obiettivo e’ individuare le zone costiere soggette a particolare subsidenza, dove l’aumento del livello marino e’ maggiore per il lento e progressivo abbassamento verticale del fondale. Fenomeno che produce, non solo un aumento locale del livello del mare, ma anche l’arretramento e l’erosione della linea di costa, con conseguente restringimento delle spiagge”. Per individuare i tassi di deformazione della fascia costiera sono stati utilizzati dati storici e strumentali di geologia, archeologia e geofisica, utilizzando in particolare 6000 terremoti di magnitudo superiore a 4.5 e dati geodetici di circa 850 stazioni GPS di alta precisione e di 57 stazioni mareografiche distribuite lungo le coste. “I dati -riferisce Anzidei- mostrano una continua risalita del livello delle acque nel Mediterraneo di circa 1.8 millimeti all’anno (3.2 millimetri) su scala globale confermando le previsioni dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) sull’aumento del livello del mare di circa 1 metro entro la fine del secolo e di oltre 2 entro il 2200, con conseguente arretramento delle coste e danni alle strutture, in particolare nelle zone subsidenti”. Il fenomeno comporterebbe in queste aree un maggiore e progressivo rischio di allagamento, con conseguente esposizione di valore economico, in particolare delle zone a elevato valore industriale, commerciale, turistico e culturale, come Venezia, soprattutto se in aggiunta a grandi mareggiate e tsunami. In Italia, tra le zone piu’ a rischio di “ingressione marina” Azidei indica le coste presso la foce del Volturno e del Po, la laguna veneta, alcune localita’ del Tirreno, della Sardegna, della Calabria e le isole Eolie. “Lo stesso -rileva il ricercatore- per le coste della Turchia e della Grecia che non a caso sono anche quelle piu’ sismiche del Mediterraneo. Meno esposte risultano invece le coste pugliesi, in Italia, parte dell’isola di Creta, la costa Israeliana e parte del Nord Africa”, conclude Anzidei.