
Dato che la diagnosi può essere difficile, si ricorre ad alcuni fototest: i photopatch, dei patch test condotti quando si ritiene che il paziente stia vivendo alcuni sintomi di un’allergia che si verifica solo quando si è a contatto con la luce solare (dopo la procedura, il paziente viene sottoposto a un basso dosaggio di radiazioni UVA); il fototest, in cui segmenti di pelle di 1 cm vengono sottoposti a diverse quantità di radiazioni UVA e UVB per determinare qual è il dosaggio specifico della certa forma di radiazione che provoca l’orticaria; il test di provocazione, eseguito esponendo le natiche del paziente prima ai raggi UVA, poi agli UVB, usando simulatori solari con filtri o monocromatori. Nei pazienti che non reagiscono agli UVA e agli UVB, dovrebbe essere valutato l’effetto dell’esposizione alla luce visibile utilizzando un proiettore, come quello per le diapositive, tenuto alla distanza di 10 cm. In caso di positività, entro 10 minuti dall’esposizione, compare una reazione da orticaria solare, spesso pruriginosa e a volte accompagnata da una sensazione di bruciore. Infine, vi sono prove di laboratorio che generalmente comportano procedure come l’analisi di sangue, urina, feci e test biochimici. In alcune situazioni, può essere eseguita una biopsia cutanea.
Usate un filtro di protezione anche per le labbra, con un prodotto specificamente formulato per esse e fattore di protezione pari almeno a 20. Inoltre, diminuite il tempo trascorso all’aria aperta quando il sole è alto (tra le 10 del mattino e le 3 del pomeriggio), utilizzate occhiali da sole con filtro anti-ultravioletti, indossate pantaloni lunghi, una maglietta a maniche lunghe e cappello a tesa larga e attenzione ai cosmetici e ai farmaci in grado di provocare una reazione fotoallergica (es. alcuni antibiotici, contraccettivi orali e farmaci con obbligo di ricetta usati per curare determinati disturbi psichiatrici, l’ipertensione e l’insufficienza cardiaca.
