In questo periodo dell’anno, specie lungo i rilievi alpini e appenninici, si verificano numerosi temporali pomeridiani. Cosa si cela dietro questi fenomeni naturali? Ce lo spiega in un interessantissimo articolo Emanuele Grimaldi sull’Almanacco della Scienza del CNR, col contributo di Silvio Davolio, dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr di Bologna.
“Il cumulonembo”, spiega Davolio, “è una nube a sviluppo verticale che si origina dalla parte bassa della troposfera, strato inferiore dell’atmosfera. Può raggiungere uno spessore di più di 10 km ed è composto da goccioline d’acqua e cristalli di ghiaccio che si formano a causa del sollevamento vigoroso di masse d’aria calda e umida, le quali condensano e originano la nube. I temporali di più forte intensità possono raggiungere la sommità della troposfera dove il profilo di temperatura si inverte e il cumulonembo trova una barriera che lo induce a svilupparsi orizzontalmente, facendogli assumere la classica forma a incudine, fenomeno che prende il nome di ‘Cumulonimbus incus’”.

“Il forte irraggiamento solare del suolo fa sì che l’aria in prossimità del terreno si scaldi nel corso della giornata e, divenendo più leggera, cominci a muoversi verso l’alto”, precisa Davolio. “Se questa risalita è sufficientemente intensa da superare una certa barriera energetica, a un certo punto diventerà spontanea, dando vita al cumulonembo”. Colline e montagne sono sedi privilegiate per la formazione di questi fenomeni, perché in questi casi la forzante che può dare inizio al moto ascensionale è la presenza di uno sbarramento orografico.
Si può anche capire, con un certo margine di approssimazione, se il temporale è in arrivo o se invece si sta allontanando. “In primo luogo va osservato il cielo e controllata nell’arco della giornata l’evoluzione delle nubi cumuliformi”, sottolinea il meteorologo. “Se le nuvole tendono a svilupparsi rapidamente, con sporgenze pronunciate, si è in condizioni favorevoli alla pioggia”.
Un rapido e semplice calcolo matematico può, invece, indicare la distanza del temporale da noi e il suo eventuale avvicinamento. “Considerando che il fulmine viaggia alla velocità della luce e che il tuono (prodotto dal surriscaldamento dell’aria da parte del fulmine) va alla velocità del suono, che è di circa 340 metri al secondo, se contiamo il numero di secondi che passano tra lampo e tuono e dividiamo per tre otteniamo il numero di chilometri che ci separano dal temporale”, conclude Davolio.
