
“Nel nostro Paese la depressione maggiore colpisce 7,5 milioni di persone, il 12,5% della popolazione. Ma sono numeri sicuramente sottostimati. È la prima causa di disabilità, ma il difficile inquadramento del problema genera ancora molta confusione – commenta il prof. Emilio Sacchetti, Presidente della Società Italiana di Psichiatria (SIP) –. Un periodo di tristezza momentaneo in seguito a delusioni, lutti o insuccessi personali non significa essere malati. La depressione può anche non avere cause apparenti. Riuscire a cogliere in tempo i primi sintomi permette di arrivare in anticipo alla diagnosi e quindi alla terapia più appropriata con maggiori probabilità di successo. Purtroppo una grande percentuale di pazienti non assume i trattamenti come dovrebbe. Di conseguenza l’efficacia ne risente”.
Un aspetto problematico, soprattutto perché oggi si dispone di molecole efficaci e più tollerabili. Come l’agomelatina, capostipite di una nuova classe di antidepressivi, con un meccanismo d’azione completamente diverso dai farmaci tradizionali e già disponibile in Italia e la vortioxetina, da poco approvata a livello europeo, con un profilo di tollerabilità/efficacia migliore rispetto ai suo predecessori SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina). Un trattamento adeguato, unito al sostegno psicoterapeutico, è in grado di migliorare in maniera significativa la situazione nella maggior parte dei casi. Purtroppo, oltre la metà dei pazienti avrà negli anni una ricaduta. E l’eventuale concomitanza di altre malattie croniche, tipiche negli anziani, peggiora ulteriormente la qualità della vita.
“In un’ elevata percentuale di persone, per lo più superiore al 30-50%, il disturbo complica una malattia somatica, come cancro, problematiche cardio-cerebrovascolari e diabete – aggiunge il prof. Riccardo Torta, Direttore dell’unità di psiconcologia della AOU S. G. Battista di Torino –. Il non trattamento di queste forme depressive, oltre a impattare la sfera emotiva e compromettere funzionamento e qualità di vita, amplifica la percezione dei sintomi (stanchezza, dolore, ecc.) e determina un peggioramento della prognosi. Peraltro gli antidepressivi, oltre a migliorare il tono dell’umore e a ridurre l’ansia, agiscono in modo positivo su svariati sintomi somatici, favorendo il recupero funzionale dei pazienti e riducendo l’impatto economico-sociale della patologia”.
Numerosi studi hanno ormai evidenziato come le donne corrano un rischio doppio di essere colpite dal disturbo. L’esordio dei sintomi avviene nel 60% dei casi nell’adolescenza, con l’arrivo della pubertà e del menarca. “Possiamo certamente affermare che la malattia è sempre più “rosa” – sottolinea la dott.ssa Francesca Merzagora, Presidente dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna (O.N.Da) –. Fattori genetici, alterazioni ormonali ed eventi negativi impattano pesantemente sul sesso femminile. Purtroppo, sono proprio le donne ad avere meno fiducia nei trattamenti farmacologici: addirittura il 54% ritiene che la patologia sia più difficile da curare rispetto al tumore del seno. Per questo abbiamo intrapreso da quattro anni un percorso istituzionale e sanitario, con i “Bollini rosa”, per avvicinare le donne alle cure superando lo stigma sociale”.
