A 24 ore dallo storico atterraggio sulla cometa 67P – CG il modulo “Philae” si trova in una posizione alquanto precaria, nonostante il successo della sua missione non sia affatto compromesso e anzi il lander abbia iniziato ad utilizzare gli strumenti scientifici di cui dispone.
L’Agenzia Spaziale Europea (Esa) ha infatti spiegato che l’atterraggio – una manovra difiicle e mai tentata prima su una cometa – è stato assai meno semplice di quanto in un primo momento ipotizzato, a causa del mancato funzionamento dei sistemi di frenata e di ancoraggio. Di fatto, il lander è “rimbalzato” una prima volta ad un’altezza di almeno un chilometro prima di toccare terra una seconda volta (circa due ore dopo) e infine una terza, stabilizzandosi apparentemente sul bordo di un cratere e mantenuto sulla superficie solamente dal proprio peso (che, dato il debolissimo campo gravitazionale della cometa, è di pochi grammi).
“Philae”, in base alle prime foto inviate sulla Tera, si trova in una posizione quasi verticale, con una delle “zampe” rivolte verso il cielo accanto a una parete rocciosa: una situazione poco favorevole perché assai in ombra e che rende quindi difficile l’azionamento dei pannelli solari che dovrebbero garantire la carica delle batterie del modulo, la cui durata non supera altrimenti le 55 ore. L’Esa non è neanche sicura dell’opportunità di riprovare ad ancorare il lander alla superficie: per effetto della terza legge di Newton (azione e reazione) “sparare” gli arpioni potrebbe causare un altro rimbalzo in grado di rispedire “Philae” nello spazio; per gli stessi motivi, anche la trivellazione del suolo per il prelevamento dei campioni potrebbe essere rischioso. Al momento quindi otto dei dieci strumenti scientifici a bordo del modulo sono operativi: “Philae” ha effettuato delle radiografie dell’interno della cometa, registrato il campo magnetico, ripreso immagini della superficie e e analizzato le molecole complesse rilasciate nello spazio. La alternative possibili sono ora due: cercare di orientare al meglio i pannelli solari per sfruttare le circa due ore di luce solare giornaliere disponibili (ne erano previste sei o sette nel sito di atterraggio originale) oppure cercare di effettuare una manovra per riposizionare il lander. In linea di principio – con un’alimentazione delle batterie regolare – la vita operativa del modulo dovrebbe arrivare fino a marzo: “Philae” entrerà poi in “ibernazione” per risvegliarsi qualche mese dopo, prima di essere irreparabilmente danneggiato dal calore del Sole man mano che la cometa si avvicinerà al perielio.
L’obiettivo della missione è quello di acquisire nuove conoscenze sull’evoluzione del sistema solare grazie all’analisi della cometa; “Rosetta”, lancita nel 2004 accompagnerà la cometa per un tratto della sua orbita, fino alla fine del 2015. Lo studio della cometa permetterà agli scienziati di guardare indietro nel tempo di 4.600 milioni di anni, in un’epoca in cui i pianeti non esistevano e il Sole era circondato solo da sciami di asteroidi e comete. “Philae” studierà le proprietà fisiche della superficie e del sottosuolo del nucleo e la loro composizione chimica, mineralogica e isotopica: questi dati saranno di complemento allo studio globale delle proprietà dinamiche e della morfologia superficiale della cometa effettuato della sonda madre Rosetta.
