
In tutta la Sicilia, il 13 dicembre, non si mangia pane, ma solo legumi e verdure, in segno di penitenza. Pare che questa tradizione sia nata in memoria di una carestia che afflisse la Sicilia nel XVIII secolo, finendo proprio grazie all’intervento miracoloso della martire che convogliò sull’isola una flotta di navi cariche di frumento. A Leonforte, in provincia di Enna, ma ormai in quasi tutta la Sicilia, in ricordo dell’avvenimento, dopo la messa, si mangia la cuccia, un dolce che richiede una lunga preparazione, composto da grani di frumento cotti a lungo nell’acqua, conditi con ricotta, zucca, cannella, cioccolata in pezzi, zucchero e vin cotto, di cui non deve essere buttato via nulla: persino le briciole di questo dolce sacrale vanno offerte agli uccellini per proteggere il loro destino. Anticamente, però, la devozione alla Santa si manifestava esclusivamente mangiando la cuccia, (termine derivante da cocciu, “cosa piccola, chicco”) distribuita per tradizione a familiari, amici e vicini di casa. Nel giorno della festa di Santa Lucia, soprattutto i palermitani, gustavano la cuccia nella sua versione salata: il frumento veniva cotto con il sale e vi si aggiungevano i ceci, condendo con ricotta salata grattugiata e olio. Tipiche di Santa Lucia sono le panelle, così come il riso, sotto forma di minestre condite con gli sparaccieddi, i nostri broccoletti; o sotto forma di riso alla palermitana, un ricco timballo condito con melanzane, ma i protagonisti della giornata sono i caldi, croccanti e saporiti arancini. Molto probabilmente sperimentati dai Saraceni, essi hanno origini quasi del tutto ignote. Alcuni storici pensano che i primi arancini siano stati mangiati a Catania, dove vengono cucinati con una forma conoidale, per ricordare l’Etna, il grande vulcano.
Santa Lucia è presente nella tradizione austriaca, in quella ceca, ma è celebrata soprattutto nei paesi scandinavi, in particolar modo in Svezia. La notte del 13 dicembre, nelle case svedesi, la fanciulla maggiore viene vestita di bianco, indossando una corona di 7 candele accese sul capo, come simbolo di candore e luce della martire. Con molta cura, la fanciulla dovrà servire la colazione a ciascun membro della famiglia, cantando una canzoncina ben augurale. Nelle comunità rurali si organizzano pittoresche processioni con fanciulle dalle tuniche bianche e candeline sul capo, che si recano a portare doni di casa in casa, intonando dolci canti natalizi. Su tutte le finestre vengono sistemati dei portacandele accesi, alcuni dei quali, col calore delle fiammelle, fanno girare delle giostrine di angeli di carta o dei carillon di altro tipo. Santa Lucia è vista come Regina della luce, portatrice di speranze nel buio dell’inverno nordico. Si dice che questa tradizione scandinava abbia avuto inizio nel 1764, quando un vecchio sacerdote, a Vestergotland, raccontò di essere stato svegliato, nel cuore della notte del 13 dicembre, da un canto angelico. Quando aprì gli occhi, gli apparvero due fanciulle vestite di bianco, di cui la prima aveva in mano un candelabro d’argento acceso e la seconda gli stava preparando una ricchissima colazione sulla tavola.
Non si sa bene perché la Santa siciliana fosse così onorata nella lontana e fredda Svezia. Si racconta che avesse visitato personalmente il Paese, o che furono i missionari cristiani a parlare di lei al popolo, diffondendone il culto. Indipendentemente dall’origine, è assodato che gli svedesi dimostrarono subito molto amore per Lucia. Nel 1927, poi, un quotidiano di Stoccolma decise di bandire un concorso per eleggere la cosiddetta ”Lucia di Svezia” che, con una corona di sette candele e vestita di una tunica bianca, doveva raccogliere le offerte e i doni da distribuire ai poveri e ai bisognosi in occasione delle feste natalizie. L’iniziativa ebbe un successo clamoroso che persiste tutt’oggi. Dal 1950 la festa svedese è collegata a quella siciliana, sicché la Lucia svedese si reca a Siracusa per partecipare alla processione che conclude i festeggiamenti in onore della Santa.
