
Sono passati ormai 10 anni dal terremoto e tsunami che il 26 dicembre del 2004 colpirono 10 paesi della costa del Sud-est asiatico, dall’Indonesia alla Thailandia, e 5 dell’Africa orientale, uccidendo 200mila persone, lasciandone altri 2 milioni senza casa, distruggendo 800 strutture sanitarie sulla costa, con un danno stimato in un miliardo di dollari. Un disastro che ha spinto questi paesi a lavorare per gestire e non trovarsi impreparati ad altre emergenze del genere, come rileva l’Organizzazione mondiale della sanita’ (Oms) dal suo sito. Questa catastrofe e’ stata infatti un’enorme sfida di salute pubblica, evidenzia l’Oms, per cui e’ stata necessaria una risposta immediata, con milioni di persone colpite, infrastrutture mediche danneggiate, gente ammassata in campi di sfollati e il rischio di epidemie, oltre al bisogno di acqua potabile, farmaci e supporto per i sopravvissuti. A poche ore dall’evento, l’Oms mando’ 160 persone li’ dove richiesto,forniture mediche e risorse umane, assistendo le autorita’ sanitarie nel coordinare il lavoro di centinaia di agenzie di salute e ong. ”Un’esperienza unica per l’Oms – commenta l’organizzazione Onu – Mai nella storia si era trovata a rispondere ad un disastro di tale entita’ e tanto diffuso a livello geografico”. Tante le lezioni apprese da quest’esperienza, come dimostra il fatto che con il terremoto che nell’aprile 2012 ha colpito Sumatra, l’allerta tsunami e’ scattato, e tutte le comunita’ costiere, da Aceh alle Maldive e Sri Lanka, sono state evacuate. Gli ospedali di Banca Aceh sono stati evacuati in modo ordinato, e il settore turistico dello Sri Lanka e’ risultato molto organizzato nello spostare gli ospiti in aree piu’ alte. L’Oms ha avviato un sistema di gestione del rischio delle emergenze mentre Indonesia, Thailandia, India, Sri Lanka e Maldive continuano a migliorare i loro sistemi con gli strumenti sviluppati attraverso quanto appreso dallo tsunami del 2004.