
Il San Marco 1 era un satellite scientifico progettato per studiare la densita’ dell’aria ad alta quota, temperatura, pressione e composizione dell’atmosfera. Da allora, prosegue Flamini, ”l’Italia non ha piu’ abbandonato questa prospettiva scientifica e non ha fatto che confermarla e rafforzarla nel tempo”, sia in ambito nazionale sia con la sua partecipazione ai programmi dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa). La scienza e’ stata, insomma, l’elemento propulsivo dello spazio italiano: ”e’ stata il motore principale, ha messo in moto il meccanismo legato alla possibilita’ di utilizzare lo spazio”. In Italia, secondo Flamini, ha giocato soprattutto il ruolo di primo piano rivestito dalla scienza nel dopoguerra: ”grazie alla ricerca scientifica l’Italia ha potuti risollevarsi da una guerra dalla quale era uscita a pezzi. A riscattarla sono stati un altissimo valore intellettuale e tecnologie all’avanguardia”. Non per caso ricercatori italiani sono stati fra i promotori della nascita delle maggiori istituzioni scientifiche europee, come il Cern di Ginevra e l’Esa. Da allora lo spazio italiano ha sempre avuto un’attenzione particolare per la scienza, accanto alle applicazioni per le telecomunicazioni e per l’osservazione della Terra. Dalle missioni degli anni ’90, come quelle dei satelliti Lageos e Tethered anni ’90, ai risultati straordinari di Cassini, che sta esplorando Saturno, e Rosetta, che ha portato un veicolo costruito dall’uomo sul suolo di una cometa. Senza contare il fatto che, rileva Flamini, ”dopo che l’uomo e’ riuscito a liberarsi dal filtro dell’atmosfera, l’universo non e’ mai piu’ stato lo stesso: finalmente era possibile osservarlo in diverse bande”, dai raggi X all’infrarosso.
