
Difatti, con il crollo del prezzo del greggio sul mercato internazionale l’estrazione di shale oil non è più economicamente sostenibile. Con il barile che scende sotto quota 60 $, e la sensibile diminuzione dei ricavi attesi, i costi di estrazione, richiesti dallo shale, non sono più sostenibili. Di conseguenza molti impianti rischiano la chiusura. Il che implica che gli Stati Uniti dovranno tornare a comprare petrolio dai grandi produttori stranieri, come l’Arabia Saudita e le altre ricche Monarchie del Golfo Persico. Ora che il costo del petrolio oscilla sui 48 $, attorno i 50 $ le quotazioni del Brent, questa pressione esercitata dai paesi arabi rischia di mettere in crisi l’intera produzione dello shale, creando nuove pericolose destabilizzazione per l’economia americana che preoccupano non poco gli analisti. Accresciute anche dal fatto che in questi ultimissimi anni negli USA si è scatenata una vera e propria corsa allo shale, con l’ingresso di piccole imprese e grandi gruppi imprenditoriali che hanno investito enormi capitali per sostenere la nuova tecnica estrattiva. Ora bisognerà vedere fino a che punto i cartelli dell’OPEC sono disposti ad andare avanti seguendo questa precisa strategia di destabilizzazione dello shale americano.
