Ebola, medico italiano: “Vedremo l’onda d’urto della catastrofe”

Ebola vista dal Sierra Leone “è sconvolgente. Le condizioni igieniche in cui si vive lì sono spaventose”

-“Quando arrivi in Sierra Leone ti scontri con la cruda realtà: Ebola è stato un inferno e in Occidente lo abbiamo sottovalutato. Lì c’era la vera epidemia. Da noi un’epidemia di panico e ansia e a questa abbiamo reagito. Ora che il virus è a un passo dal frenare la sua corsa, vedremo arrivare l’onda d’urto della catastrofe. E la cosa ci riguarda, perché siamo tutti collegati”. Roberto Satolli è un medico e un giornalista, ha 66 anni. Ha visto Ebola da vicino durante il suo viaggio a novembre in uno dei Paesi più colpiti. In Sierra Leone condivideva con Fabrizio Pulvirenti, il camice bianco siciliano che si è ammalato di Ebola ed è guarito dopo un lungo ricovero all’istituto Spallanzani di Roma, la stessa residenza. Fino all’ultimo. Satolli è partito il giorno prima che Pulvirenti si sentisse male e una volta in Italia ha dovuto trascorrere un periodo di isolamento in casa. “E’ stato bello risentirlo in questi giorni e sapere che sta bene”, dice all’Adnkronos Salute. Oggi il medico, che è stato cardiologo per un decennio al Policlinico di Milano e adesso è consigliere d’amministrazione dell’Irccs (nominato dal sindaco Giuliano Pisapia) racconta, durante un incontro in via Sforza, quello che ha “imparato” in Africa “sul piano medico, scientifico e umano”. La cosa più importante, dice, “è una domanda: un malato di Ebola in Africa oggi ha gli stessi diritti di uno che viene trasferito a New York o a Roma? Bisognerà continuare a porsela finché la risposta non sarà sì e a lavorare per questo”. La strada però è ancora lunga, sottolinea. Ebola vista dal Sierra Leone “è sconvolgente. Le condizioni igieniche in cui si vive lì sono spaventose. Mancano i servizi minimi, dalle fognature all’acqua potabile”. “È un Paese al collasso da tutti i punti di vista, anche nella vita sociale. Tutti i ritrovi sono chiusi. Non esiste più niente: quello che può essere folla, le occasioni d’incontro fra le persone. È come stare in un film senza colonna sonora”, racconta Satolli. “La natura è bellissima ma è un paradiso che è diventato inferno. La sensazione, tornando a casa, è che nei nostri Paesi si viva in una specie di bolla, un reality con i fondali finti. Siamo fuori dal mondo ed eravamo terrorizzati che ci raggiungesse la realtà. Per questo eravamo disposti a tutto pur di tenerla fuori dalla finestra”. È la prima volta, spiega il medico, “che la scienza guarda in faccia Ebola in questo modo. Le altre epidemie erano limitate”. Cosa è cambiato? “Le strade migliori, i collegamenti tra le persone, le comunicazioni. Un tempo il contagio si autoestingueva nei villaggi in cui nasceva. Ora ci sono i telefonini, le persone sono più connesse, se vengono a sapere di un funerale importante possono spostarsi più agevolmente. E il virus corre. In questo periodo l’epidemia sta finalmente frenando, ma non è detto che sia finita. Appena si abbassa la guardia può riprendere”. Il virus, ricorda, “ha conquistato tre Stati e non si ritira completamente. Potrebbe saltare fuori appena ricomincia a scorrere la vita. Bisognerà stare attenti ai colpi di coda”. Qualcosa di buono resta, riflette l’esperto. “All’inizio i medici hanno fronteggiato l’emergenza praticamente a mani nude. Si poteva fare ben poco, isolare i malati. Poi ci si è organizzati. Emergency ha portato una terapia intensiva, l’assistenza meccanica alla respirazione, la dialisi. Strumenti che fanno la differenza nella cura di questi malati. La loro mortalità in Africa è altissima, anche perché le strutture erano già al collasso prima che scoppiasse l’epidemia. Sono Paesi usciti da guerre civili. E colpisce vedere una popolazione giovane e robusta messa in ginocchio così”. L’obiettivo per il futuro “è non farsi cogliere impreparati”, conclude. Satolli è volato in Sierra Leone nel centro di Emergency come coordinatore di uno studio su una possibile terapia per Ebola, un farmaco già in uso nella pratica clinica da decenni, che in laboratorio ha mostrato una forte attività anti-Ebola, bloccandone l’accesso nelle cellule. “Per lo studio clinico sarebbe sufficiente reclutare un centinaio di persone, siamo in attesa dell’ok dal comitato etico in Sierra Leone. Vedremo. Ma vale la pena di provare a percorrere questa via perché se il farmaco dovesse funzionare, sarebbe subito disponibile in quantità non limitate in caso di necessità. Ed è anche low cost”.