Nuovo farmaco risulta più efficace rispetto al placebo nel ridurre i giorni di abbuffate, o “binge eating”
Uno studio clinico per esaminare la sicurezza e l’efficacia di un possibile farmaco contro il ‘binge eating’, l’abitudine di abbuffarsi di cibo, tipico di molti giovani, ma anche di parecchi adulti. A predisporlo gli esperti del Lindner Center of Hope a Mason, Ohio (Usa), che pubblicano i primi risultati sulla rivista ‘Jama’: a precisi dosaggi, lisdexamfetamina dimesilato, medicinale approvato per il trattamento del disturbo da deficit di attenzione/iperattività, è risultato più efficace rispetto al placebo nel ridurre i giorni di abbuffate nei pazienti affetti da questo disturbo. Il binde eating è caratterizzato da episodi ricorrenti di un consumo eccessivo di cibo, accompagnati da un senso di perdita di controllo e di disagio psicologico. La terapia cognitivo-comportamentale, così come la psicoterapia, possono ridurre questo comportamento, ma questi trattamenti non sono molto diffusi. Di conseguenza, molti pazienti sono sottotrattati, nonostante le grandi difficoltà che questo problema crea nella loro vita sociale e personale. La Food and Drug Administration non ha mai approvato trattamenti farmacologici per questo disturbo. Susan McElroy e i suoi colleghi hanno messo a confronto la lisdexamfetamina con un placebo in adulti con disturbo da bigne-eating da moderato a grave in uno studio clinico randomizzato durato da maggio 2011 a gennaio 2012. Lo studio ha incluso rispettivamente 259 e 255 adulti. Nel primo gruppo il farmaco è stato somministrato in dosi di 30, 50 o 70 mg al giorno. I giorni in cui il disturbo si manifesta sono diminuiti nei gruppi che hanno assunto 50mg/die e 70 mg/die di medicinale, ma non nel gruppo di 30 mg/die, rispetto al gruppo placebo. I risultati indicano anche che la percentuale di pazienti che ha raggiunto dopo quattro settimane la cessazione del problema era inferiore nel gruppo placebo (21%) rispetto al gruppo 50 mg/die (42%) e 70 mg/die (50%). “La conferma di questi risultati che potrebbe arrivare dagli studi clinici in corso potrà apportare positivi risvolti nel miglioramento della terapia farmacologica per il binge-eating da moderato a grave”, conclude lo studio.
