Dall’analisi congiunta dei dati raccolti dal satellite Planck dell’ESA dallo spazio e, da terra, dagli esperimenti BICEP2 e Keck Array, contrariamente a quanto annunciato la primavera scorsa dal team dello stesso BICEP2, non è emersa alcuna prova certa della presenza di onde gravitazionali risalenti al Big Bang

Il segnale elettromagnetico catturato e analizzato dai tre esperimenti è la cosiddetta CMB, o radiazione di fondo cosmico a microonde. Scoperta esattamente 50 anni fa dai premi Nobel Arno Penzias e Robert Wilson, la CMB è la prima luce che mai sia stata emessa nel corso dei 13,8 miliardi di anni di storia dell’universo: risale ad appena 380 mila anni dopo il Big Bang. La mappa a tutto cielo della CMB, tracciata con una precisione senza precedenti grazie alle osservazioni del telescopio spaziale Planck, ha già permesso un’ampia gamma di nuove scoperte scientifiche sull’universo primordiale.
«La ricerca di questa traccia unica dell’universo primordiale è tanto difficile quanto emozionante, poiché si tratta d’un segnale assai debole, nascosto nella polarizzazione della CMB, che a sua volta rappresenta nient’altro che una piccola frazione della luce totale», dice il project scientist di Planck Jan Tauber, dell’ESA.
Tuttavia, i “modi B” possono essere impressi nella polarizzazione anche da un altro fenomeno, meno esotico e tutt’altro che primordiale: la polvere interstellare presente nella nostra galassia, la Via Lattea. E rimuovere la contaminazione del segnale polarizzato prodotto dalla polvere – in termini tecnici, separare il foreground (in questo caso, appunto, la polvere) dal background – è un’operazione alquanto delicata, che richiede un’attenta analisi.
«Quando rilevammo per la prima volta il segnale», ricorda ora John Kovac, della Harvard University (USA), responsabile di BICEP2, «ci affidammo ai modelli d’emissione di polvere galattica disponibili all’epoca. Modelli che sembravano indicare che la regione di cielo scelta per le osservazioni presentasse un contributo in polarizzazione dalla polvere assai inferiore al segnale da noi rilevato». In altre parole, avendo osservato un’area ritenuta relativamente incontaminata dalla polvere, il team BICEP2 aveva interpretato il segnale come di probabile origine cosmologica.
Il problema è che i due esperimenti terrestri – BICEP2 e il Keck Array – lavorano su una singola frequenza a microonde (150 GHz), il che rende pressoché impossibile separare le emissioni di foreground da quelle di background. Operazione, questa, invece alla portata di Planck, che avendo osservato l’intero cielo su ben nove canali di frequenza (sette dei quali con rivelatori sensibili alla polarizzazione) è in grado di separare dal segnale cosmologico i vari contributi della galassia, sia ad alta frequenza (polvere, rilevabile con lo strumento HFI) che a bassa frequenza (emissione da elettroni e da grani di polvere, rilevabile con lo strumento LFI).
Ebbene, non appena le mappe dell’emissione polarizzata dovuta alla polvere galattica prodotte da Planck sono state rese pubbliche, è apparso subito evidente che il contributo di foreground – la contaminazione da polvere, appunto – poteva essere assai più elevato di quanto atteso. In particolare, i dati pubblicati da Planck nel settembre scorso hanno mostrato, per la prima volta, quanto l’emissione polarizzata dovuta alla polvere risulti significativa sull’intero cielo: con livelli compatibili – anche nelle regioni più pulite – al segnale rilevato dal BICEP2.
I team di Planck e BICEP2 hanno così deciso d’unire le forze, anche per sfruttare al meglio l’evidente complementarietà fra i due strumenti – la capacità del satellite ESA d’osservare l’intero cielo su più frequenze da una parte, e la maggiore sensibilità degli esperimenti da terra dall’altra. Le conclusioni, rese pubbliche oggi e raccolte in un articolo appena sottoposto alla rivista Physical Review Letters, sono il risultato di questo impegno congiunto. «Abbiamo dimostrato che, una volta rimossa l’emissione della polvere galattica, la prova della rilevazione di “modi B” primordiali non è più così solida. Purtroppo, dunque, non possiamo confermare che quel segnale rappresenti davvero un’impronta dell’inflazione cosmica», spiega Jean-Loup Puget, dell’Institut d’Astrophysique Spatiale di Orsay (Francia).
«Abbiamo comunque avuto l’ennesima conferma delle eccezionali capacità di Planck, che proprio grazie alla sua capacità d’osservare l’intero cielo in nove frequenze ha permesso d’arrivare a una conclusione condivisa. Ed è bene sottolineare che, pur non avendo trovato – in queste che sono senza alcun dubbio le migliori osservazioni della polarizzazione della CMB attualmente disponibili – una prova convincente della presenza d’un segnale dovuto alle onde gravitazionali primordiali», chiarisce Reno Mandolesi, associato INAF e dell’Università degli Studi di Ferrara, responsabile DI LFI, l’altro strumento a bordo di Planck, «ciò non invalida in alcun modo l’ipotesi dell’inflazione cosmica».
Insomma, la caccia al segnale che potrebbero aver lasciato le onde gravitazionali primordiali – che in base ai risultati di questo lavoro congiunto non dovrebbe superare la metà di quanto ipotizzato in precedenza da BICEP2 – non si arresta.