
Con l’arrivo dell’inverno e delle neve, pure abbondante, sul nord dell’Afghanistan torna pure l’emergenza valanghe. Purtroppo negli ultimi giorni si sono registrati centinaia di morti a seguito di valanghe e slavine, anche di grosse dimensioni, staccatesi dai rilievi circostanti, carichi di neve fresca. Solo pochi giorni fa una slavina ha travolto un villaggio nel nord-est dell’Afghanistan, mietendo la morte di decine di persone, rimaste sommersi sotto una montagna di neve. Nelle scorse settimane, il passaggio di alcune perturbazioni (i resti di vecchi sistemi frontali provenienti dall’Iraq e Iran o depressioni in quota in fase di colmamento) provenienti dall’est della Turchia e dal nord dell’Iran, aveva causato intense nevicate su buona parte dei monti dell’Hindu Kush, dove le precipitazioni si sono fatte particolarmente abbondanti anche per il cosiddetto effetto “stau” (sbarramento orografico) esercitato dagli stessi alle umide correnti occidentali.
Ma nella maggior parte dei casi molte valanghe vengono causate dalle forti raffiche di vento, ad oltre 100-120 km/h, che spazzavano in quota le cime più alte dell’Hindu Kush, generando accumuli eolici rilevante nei versanti “sottovento” (la cosiddetta “neve ventata”) che accrescono l’instabilità del manto nevoso. Purtroppo, nel periodo invernale, soprattutto negli inverni caratterizzati da abbondanti nevicate in montagna, le valanghe sono piuttosto frequenti nel nord-est dell’Afghanistan, ai piedi delle grande montagne del Pamir e dell’Hindu Kush. Secondo un rapporto del governo di Kabul sarebbero saliti a 208 i morti in Afghanistan per le valanghe che hanno colpito il nordest del paese. Nella zona più colpita dal maltempo, la provincia di Panjshir, il numero di morti è salito a 190 dopo che le squadre di soccorritori hanno recuperato altri corpi.
