Per questi pazienti, circa uno su tre, bisogna cercare soluzioni sempre più personalizzate

L’infartuato non sempre trae benefici dall’angioplastica, quando ci sono anche problemi di flusso sanguigno nel cosiddetto microcircolo (piccoli vasi e capillari) nel cuore. Per questi pazienti, circa uno su tre, bisogna cercare soluzioni sempre piu’ personalizzate. Lo ha spiegato Filippo Crea del Dipartimento di Scienze Cardiovascolari dell’Universita’ Cattolica del Sacro Cuore-Policlinico A. Gemelli di Roma in un’editoriale pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine a commento di un grosso studio clinico chiamato Total. I ricercatori dell’Istituto di Cardiologia dell’Universita’ Cattolica sono in prima fila nella ricerca di procedure alternative per riscrivere la sorte di questi pazienti piu’ difficili, per esempio e’ in corso una ricerca basata sull’utilizzazione del laser e un’altra e’ stata recentemente pubblicata sull’uso della adenosina con risultati promettenti. L’infarto cosiddetto “STEMI” e’ il piu’ grave di tutti perche’ caratterizzato dall’ostruzione completa dell’arteria coronarica che ossigena il cuore. L’angioplastica primaria migliora la prognosi del paziente, ma in circa un terzo dei pazienti il vantaggio della procedura risulta annullato dal fatto che il sangue non riesce comunque a raggiungere il cuore per un’ostruzione del microcircolo. Lo studio Total dimostra che una soluzione terapeutica proposta alcuni anni fa, detta trombo-aspirazione, in realta’ non funziona. La trombo-aspirazione e’ una procedura che consiste nell’aspirare il trombo nella coronaria prima di riaprirla con uno stent durante l’angioplastica. “La idea di fondo – ha spiegato Crea – era che eliminando il trombo si potesse prevenire l’ostruzione del microcircolo e quindi risolvere il problema di questi pazienti che non traggono tutti i benefici che potrebbero trarre dall’angioplastica primaria. Ma lo studio multicentrico Total dimostra che in realta’ la trombo-aspirazione non cambia la sorte di questi pazienti”. Per questo, secondo Crea, “serve una nuova prospettiva su come affrontare questo problema che resta irrisolto”.