Dal Klondike di Zio Paperone alla Papua Nuova Guinea degli australiani: ricomincia la corsa all’oro

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Ricomincia la corsa all’oro un secolo dopo il boom di fine ‘800 e inizio ‘900, stavolta con tecnologie più affinate e moderne

Scrooge01Nella seconda metà dell’800 fino all’inizio del ‘900 in molte zone del Pianeta e soprattutto nel nord America, tra Usa e Canada, si scatenò la famosa corsa all’oro che arricchì migliaia di persone dalla California al Klondike, dall’Alaska al Colorado, dal Montana agli Appalachi, dall’Australia alla Nuova Zelanda fino al SUd Africa.
Oggi, nel terzo millennio, la corsa all’oro potrebbe ricominciare, stavolta con le più moderne tecnologie, negli abissi dei mari e precisamente nell’oceano Pacifico.

SOLWARA-img3Come annuncia oggi un articolo di Repubblica in edicola, per la prima volta nella storia una nave mineraria specializzata e attrezzata con le più moderne strumentazioni adatte alla perlustrazione dei fondali è stata noleggiata per cinque anni a un prezzo molto vicino ai duecentomila dollari al giorno. Il progetto si chiama “Solwara 1” ed è condotto da una società che ha scelto come nome quello del mitico sottomarino del capitano Nemo che percorse ventimila leghe sotto i mari nel racconto fantastico di Jules Verne, il Nautilus.

map_96333È stata proprio l’autraliana Nautilus Minerals, infatti, a ordinare ai cantieri cinesi Fujian Mawei Shipbuilding la prima di un’ipotetica serie di navi a cui affidare il compito di passare al setaccio ed estrarre oro e rame a una profondità di circa 1.600 metri, al largo della costa nordorientale della Papua Nuova Guinea, nel Mar di Bismarck. Certo, la fortuna dell’operazione dipenderà dai risultati delle esplorazioni nel Pacifico, ma l’impressione è che la stagione delle estrazioni di minerali dai fondali marini stia veramente per partire.
Il risvolto della medaglia sono le preoccupazioni di studiosi, biologi marini e associazioni ambientaliste, che temono le tecniche invasive per l’ecosistema di questo tipo di attività.

45986290_b379164842La nave ordinata ai cantieri cinesi ha dimensioni imponenti, è lunga 227 metri e larga 40, sarà consegnata alla Nautilus Minerals nel 2017 e funzionerà allo stesso modo delle navi utilizzate per l’estrazione petrolifera. Trivellerà cioè i fondali, con strumenti che le consentiranno di estrarre i minerali, li separerà dalla fanghiglia e li caricherà a bordo, prima di trasferirli su una nave appoggio, una bulkcarrier (unità specializzata nel trasporto di rinfuse secche) che li porterà fino a riva. L’obiettivo è ambizioso, recuperare circa 1,3 milioni di tonnellate l’anno di minerale. E questo a partire da quando scatterà ufficialmente l’operazione, vale a dire dal 2018. Secondo i vertici della Nautilus Minerals, oltre il 30% della produzione mineraria potrebbe arrivare in futuro proprio dal fondo dei mari. Una percentuale in grado di rivoluzionare il mercato mondiale dei minerali preziosi – e ovviamente i suoi prezzi – che ha già fatto drizzare le antenne ai grandi gruppi internazionali specializzati in questo tipo di attività. La Nautilus Minerals, infatti, non sarà sola in questa avventura: la International Seabed Authority, che fa capo alle Nazioni Unite, ha concesso ben ventisei licenze di esplorazione su un’area di circa 1,2 milioni di chilometri quadrati di oceani, soprattutto il Pacifico meridionale, a compagnie private e organizzazioni sostenute dai rispettivi governi.

KlondikeSempre su Repubblica, il biologo marino, docente all’università di Genova e a lungo conservatore scientifico del Museo Oceanografico di Montecarlo Maurizio Wurtz spiega che “conosciamo più cose della Luna che del fondo dei mari, guai a ragionare solo in termini di valori economici, esistono valori ben più importanti, a cominciare dal patrimonio ambientale che abbiamo avuto in eredità e che dobbiamo tutelare nel modo migliore. Non abbiamo una mappatura certa dei fondali, il rischio principale è quello di danneggiare in modo irreversibile l’ecosistema. Ci sono montagne sottomarine e canyon totalmente inesplorati e sconosciuti. E questo vale per gli oceani come per il Mediterraneo. Possiamo solo confidare che, al momento dell’avvio di questa attività, non ci si limiti a basarsi sulle carte a propria disposizione, ma si proceda con un’ulteriore dettagliata prospezione. I mari hanno equilibri che non possono essere alterati. E queste estrazioni sono interventi molto invasivi che possono arrecare gravi danni. L’ecosistema marino è complesso, un intervento può avere effetti anche a cento chilometri di distanza per via delle correnti. La torbidità delle acque, ad esempio, ha un effetto domino su aree molto vaste“.