Ecco perché la catena dell’Himalaya è una delle aree più “sismogenetiche” del pianeta
Da circa 10 milioni di anni la placca indiana, staccandosi dal blocco di terre emerse che oggi forma l’Africa orientale, ha cominciato a spingersi verso nord, scontrandosi cosi con la placca asiatica, molto più grande, ed insinuandosi al di sotto di quest’ultima, creando così il fenomeno della “Subdunzione“. L’inevitabile scontro frontale fra la placca indiana e quella asiatica causarono enormi deformazioni all’interno della crosta terrestre che agevolarono il sollevamento dell’imponente catena montuosa dell’Himalaya. L’enorme pressione esercitata dal processo di “Subduzione“, che vede tuttora la placca indiana muoversi alla velocità considerevole di 20 cm all’ anno sotto quella asiatica, ha prodotto un urto talmente violento che è riuscito a sollevare la crosta asiatica fin dalle sue fondamenta e ha fatto emergere lo strato che si trovava a diretto contatto con il mantello terrestre.

Molti dei sedimenti trasportati da questi fiumi vengono persi visto che vanno a finire in mare, tra l’oceano Indiano e il golfo del Bengala, depositando enormi banchi di sabbia sui fondali marini, come quelli antistanti la grande foce del Gange. Questa dinamica impoverisce e va a vulnerare la crescita verso l’alto di queste montagne, che continuano ad usufruire delle forze geologiche che le hanno generate milioni di anni fa, in un processo piuttosto lungo e vigoroso. Per tali motivi la crescita netta delle montagne che compongono la catena dell’Himalaya è quindi stimabile in circa 2.5–5 cm al secolo. Ma le stesse forze geologiche che continuano a sostenere la crescita e l’evoluzione di questo meraviglioso mondo incontaminato sono purtroppo all’origine anche dei forti e drammatici terremoti che ciclicamente, con una certa frequenza investono l’area himalayana e l’altopiano del Tibet.
Del resto una catena montuosa di queste dimensioni, tuttora in evoluzione, non poteva non essere percorsa da grandi sistemi di faglia che accumulano le grandi tensioni accumulate negli anni, a seguito dello scorrimento della placca indiana che continua a piegarsi sotto quella asiatica, dando poi luogo a fortissimi eventi tellurici, che spesso diventano veramente distruttivi, arrivando a superare gli 8.0 Richter. Tra le tante faglie presenti quella che desta un po’ di preoccupazione è quella del Karakorum, in Tibet, che mostra chiari segni di attività. In uno studio del 2005, alcuni ricercatori del Lawrence Livermore National Laboratory, hanno scoperto che lungo una singola linea del sistema della faglia del Karakorum lo scivolamento è dieci volte maggiore di quello osservato in alcuni studi precedenti, dove si riteneva che la faglia del Karakorum e il segmento di Karakax della faglia di Altyn Tagh, nel Tibet occidentale, erano essenzialmente inattive.