Con i primi importanti tepori primaverili sui rilievi alpini e appenninici inizia la stagione dei temporali di calore, scopriamo le dinamiche che originano questi spettacolari fenomeni atmosferici
Con l’arrivo dei primi tepori primaverili del mese di Aprile sulle aree montuose più interne dei rilievi alpini e appenninici entra nel vivo la stagione dei temporali “termoconvettivi”. I temporali di calore, detti anche “termoconvettivi”, sono caratterizzati dallo sviluppo di un enorme cumulonembo che assume un grande sviluppo verticale, proiettandosi con la sua incudine fino ai limiti più alti della tropopausa. In genere si formano nella stagione calda, fra la primavera (a cominciare dal mese di Aprile), l’estate e la prima parte della stagione autunnale, nelle regioni dove l’innesco dei moti convettivi (correnti ascendenti) è agevolato da estese calme orizzontali delle masse d’aria e dall‘intensa e prolungata insolazione diurna. Se un’area piuttosto umida è stata esposta al lungo ad un forte riscaldamento, indotto dalla forte insolazione diurna, l’aria umida preesistente presso il suolo tende ad ascendere verso l’alto, formando dei cumuli piuttosto elevati, dall’aspetto torreggiante.

Qualche volta, in presenza di cumulonembi molto intensi (ciò capita frequentemente nel periodo estivo), i “falsi cirri” possono formare un velo di cirrostrati attorno l’incudine del cumulonembo. Proprio in questo momento ha inizio il temporale, il quale avanza lungo la direzione media dei venti prevalenti nella media atmosfera, attorno i 5000-6000 metri di quota. Dopo circa 30-60 minuti, ma alle volte possono trascorrere anche un paio di ore, la nube diminuisce progressivamente di volume e le precipitazioni cessano assieme all’attività elettrica. Quando la corrente ascendente che ha formato il cumulonembo si arresta, per la compensazione dello squilibrio termico che ha alimentato i moti ascensionali (tale compensazione può essere determinate dalle stesse precipitazioni), la parte superiore di quest’ultimo si sfalda in più pezzi formando dei banchi di altocumuli e nubi cirriformi in quota che vengono disperse dai venti regnanti nella media e alta troposfera. Secondo i dati raccolti da un vecchio studio del “Thunderstorms Proyet”, nel momento d’inizio del temporale, quando iniziano a cadere le prime gocce di pioggia verso il suolo, si origina, con la caduta delle gocce, una corrente discente la cui velocità aumenta nella parte inferiore della nube temporalesca raggiungendo anche punte di oltre i 15 m/s.
Tale corrente prende il nome di “downdraft”. Nella nube, all’inizio del temporale, si contrappongono ben due correnti adiacenti, una ascendente e l’altra discendente, denominate rispettivamente “updraft” e “downburst”. Al suolo, attorno alla zona dove si concentrano le precipitazioni, regnano correnti aeree divergenti, che con l’andar del tempo, cioè nella fase finale, estinguono ad ogni livello i moti ascendenti e così si stabilisce un generale moto discendente che dai medi livelli è diretto verso la base e che dura fino al cessare della precipitazione. Dal punto di vista barometrico il passaggio di un temporale di calore è rappresentato da una sorta di punta, più o meno regolare, che si presenta nella curva barometrica. Tale punta è detta “naso del temporale” è coincide con lo sfondamento dell’aria fredda discendente, tanto che il termometro può registrare un calo termico dell’ordine dei -5°C -6°C. Dopo il passaggio del temporale la pressione riprende il suo valore normale, mentre la temperature torna a salire. Riguardo all’attività elettrica del temporale si può spiegare mediante la teoria delle gocce elaborata dal Simpson.