Cos’è e come nasce l’infezione da Ebola? Come si trasmette, come distinguere i sintomi e come si sta difendendo l’Italia?
Dal primo focolaio da cui prese il nome, nel 1976 nella Repubblica Democratica del Congo sulle rive del fiume Ebola, a un’epidemia che le Nazioni Unite hanno definito “emergenza di proporzioni mai viste”. Un allarme che dall’Africa occidentale si è allargato al mondo, chiamando autorità sanitarie, organizzazioni umanitarie e istituzioni globali a “una corsa contro il tempo” in cui solo di recente sono arrivate dall’Oms le prime buone notizie. Nonostante la frenata dei contagi, però, è arrivato oggi il secondo caso di Ebola in Italia: ancora una volta si tratta di un operatore sanitario che aveva lavorato in uno dei Paesi africani più duramente colpiti dal virus. Ma cos’è e come nasce l’infezione da Ebola? Come si trasmette, come distinguere i sintomi e come si sta difendendo l’Italia? L’Adnkronos Salute l’ha chiesto a Maria Rita Gismondo, responsabile del Laboratorio di microbiologia dell’ospedale Sacco di Milano, ‘hub tricolore’ anti-Ebola insieme all’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanziani di Roma.

TRASMETTE IL VIRUS? “Per la trasmissione del virus Ebola bastano banalissimi contatti con liquidi biologici infetti: sangue, sudore, urine, feci e sperma, nel quale è stata dimostrata la presenza attiva del virus fino ad almeno 7 settimane dopo la guarigione. E’ sufficiente avere pochi millimetri di cute scoperta – avverte l’esperta – e toccarsi con una mano entrata in contatto con un liquido del malato”. In linea teorica non è esclusa una futura trasmissione per via aerea: “Quando un virus permane per molto tempo in una popolazione, il microrganismo può subire mutazioni infinite e imprevedibili. Compreso un cambiamento delle modalità di trasmissione, che per ora non si è verificato”, rassicura la microbiologa.
QUALI SONO I SINTOMI DELL’EBOLA? “La difficoltà principale, specie nella valutazione di persone provenienti dalle zone colpite dell’Africa – continua Gismondo – resta la diagnosi differenziale poiché i primi segni dell’Ebola sono simili a quelli di malattie endemiche in quelle aree come la malaria, la Dengue o il virus Marburg”, quest’ultimo ‘parente’ stretto di Ebola . “La premessa necessaria per parlare di caso sospetto è che nei 21 giorni precedenti ai sintomi il paziente sia stato nei Paesi colpiti o abbia avuto contatti con qualcuno che ci vive”. Febbre alta (oltre i 38,5°C), mal di testa, astenia, nausea, vomito e diarrea sono i primi campanelli d’allarme. Dopo di che “l’evoluzione dipende dalle difese individuali e dalla carica virale: può verificarsi già dopo i primi 2 giorni fino a oltre le prime 3 settimane, con la possibile comparsa di emorragie diffuse in tutto il corpo”.
QUALI SONO LE TERAPIE? “La battaglia contro l’Ebola si gioca all’inizio, nelle prime ore – ammonisce l’esperta – con una diagnosi corretta e tempestiva e con un trattamento a base di idratazione ed eventuali trasfusioni”. E’ stato usato anche il siero dei guariti. “I mezzi oggi sono pochi e le terapie allo studio”, dai vaccini agli anti-virali, “tutte ancora sperimentali”, puntualizza.
COSA SUCCEDE SE IN ITALIA UN PAZIENTE RISULTA POSITIVO? “Il paziente positivo al virus Ebola deve essere portato immediatamente in uno dei 2 centri di riferimento”, riferisce ancora l’esperta. “In base alla distanza dell’ospedale in cui si trova, viene trasferito a bordo di un’ambulanza di autocontenimento”, attrezzata per ospitare malati altamente contagiosi, “o di un mezzo dell’Aeronautica militare che dispone dell’aereo più quotato e qualificato in Europa per il trasporto e la terapia del paziente”. Una volta in ospedale, tutto avviene all’interno di 2 aree ‘bunker’, entrambe a livello di sicurezza 4: “Da un lato le stanze di isolamento nel Reparto di malattie infettive, dall’altro la zona del Laboratorio deputata al trattamento di tutti i campioni del malato. Chiunque lavori in queste aree, sia a contatto con il paziente che con il suo materiale biologico, adotta identiche precauzioni: scafandri che proteggono tutto il corpo e respirazione artificiale” simile a quella dei sub in immersione. “Tute anti-contagio dentro le quali un tecnico può restare anche 3 o 4 ore. Trenta minuti per vestirsi, 20 per spogliarsi”. Il minimo errore può costare la vita.