Tra i temi di questa edizione ci sono la medicina di genere, declinata non solo al femminile, e la resistenza naturale all’infezione da HIV, nonché la comprensione di nuove strategie di eradicazione
IL CONGRESSO – Hiv ed epatiti, infezioni e nuove terapie al centro della VII Conferenza italiana su Aids e retrovirus (Icar), che si è aperta stamattina a Riccione, presso il Palazzo dei Congressi. L’evento pone all’attenzione della comunità scientifica la necessità di individuare percorsi di diagnosi e cura dell’infezione da HIV che si basino sulle interazioni tra ricerca di base, ricerca diagnostico-clinica ed esigenze delle persone sieropositive. Tra le tematiche di questa edizione ci sono la medicina di genere, declinata non solo al femminile, e la resistenza naturale all’infezione da HIV, nonché alla comprensione di nuove strategie di eradicazione. La struttura portante di ICAR 2015 è data dai contributi dei giovani ricercatori italiani e stranieri, che nelle diverse sessioni presenteranno principalmente lavori originali. Infatti, tra le novità di questa edizione vi è anche l’apertura alla sottomissione di abstract da parte di ricercatori internazionali. Non è certo l’unica novità, infatti:
“Quest’anno, per la prima volta, abbiamo deciso di organizzarlo con l’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato, ponendo l’accento non soltanto sull’HIV ma anche sull’Epatite – spiega una dei tre presidenti del Congresso Prof.ssa Cristina Mussini, Professore Associato di Malattie Infettive e Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali, Università di Modena e Reggio Emilia – Se la prima è completamente gestita da infettivologi, la seconda coinvolge anche gastroenterologi ed epatologi.

EPATITE C – Sono state presentate negli ultimi giorni le nuove linee guida europee per la cura dell’Epatite C: massima attenzione sulla questione della sostenibilità e sull’arrivo di nuovi ulteriori farmaci. Ma ancora più importante è stato il richiamo su come i pazienti con coinfezione Hiv ed Epatite, sebbene il trattamento abbia probabilità di risposta identiche a quelle del paziente monoinfetto, abbiano una evoluzione di malattia molto più rapida rispetto a quello monoinfetto e debbano pertanto avere un accesso prioritario alla terapia. In base a questo dato, confermato da altre ricerche della letteratura scientifica, le associazioni dei malati e la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali richiamano l’attenzione dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e del Ministero affinchè i pazienti coinfetti possano essere considerati categoria prioritaria per il trattamento dell’epatite C.
“Alcuni pazienti, quelli con un grado di fibrosi lieve/moderato al momento sono esclusi dal trattamento – spiega il Prof. Massimo Andreoni- e per i pazienti co-infetti è più preoccupante, in quanto l’evoluzione della malattia è più rapida. Il numero dei pazienti non trattati è difficile da stabilire, perché possono essere curati soltanto pazienti in fase avanzata di malattia. Ma si parla di diverse migliaia, sicuramente più di 10mila, mentre possiamo stimare i pazienti co-infetti nel numero di 25mila. In un criterio di sostenibilità della spesa quella dell’AIFA è una scelta logica, ma chiediamo ugualmente di trovare nuovi fondi per supportare anche questi pazienti che, se non trattati bene, possono incorrere in un’evoluzione preoccupante della malattia”.
HIV – L’infezione HIV ha più di trent’anni, ma negli ultimi tempi ci sono stati dei cambiamenti epidemiologici sostanziali. Se prima l’infezione era soprattutto legata alla tossicodipendenza, oggi si trasmette quasi esclusivamente con i rapporti sessuali. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità, le nuove diagnosi in Italia sono state 3608. Di queste l’84% sono a trasmissione sessuale: è per questo che gli specialisti della SIMIT, Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali, chiedono attenzione costante, tutto l’anno.
In Italia le fasce d’età colpite sono tutte quelle sessualmente attive, ma sopratutto quelle tra i 30 e i 39 anni. “C’è una preoccupante quota di infezioni tra i 25 e i 29 anni – chiarisce una delle presidenti del Congresso, la dott.ssa Laura Sighinolfi responsabile della struttura semplice per la gestione Infezione da HIV della Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara – Questi sono nati quando l’infezione era già nota, ed una corretta informazione durante l’adolescenza avrebbe potuto evitare il contagio. E’ per questo che bisogna puntare ulteriormente alla comunicazione e la prevenzione, soprattutto per le nuove generazioni. Almeno la metà delle persone a cui viene Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara – Questi sono nati quando l’infezione era già nota, e si sarebbero potute salvare se si fosse fatta corretta informazione durante l’adolescenza. E’ per questo che bisogna puntare ulteriormente alla comunicazione e la prevenzione, soprattutto per le nuove generazioni. Almeno la metà delle persone a cui viene diagnosticata avviene con infezione avanzata. Ancora oggi il test viene fatto solo quando c’è un’indicazione clinica, cioè quando iniziano a manifestarsi i primi sintomi: accade per il 40% della popolazione italiana”.
IL RUOLO DELLA RICERCA ITALIANA – “L’Italia è stata per molti anni ai primissimi posti nel campo della ricerca sull’HIV/AIDS – dichiara il Prof. Andrea Cossarizza, Professore Ordinario Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, e altro Presidente del Congresso ICAR – sia in termini di qualità dei progetti portati avanti, sia come quantità e livello delle pubblicazioni scientifiche. I risultati ottenuti negli anni passati sono ancora più rilevanti di quanto sembri, considerando la scarsità di risorse che erano destinate a questo importantissimo settore. Da troppi anni però non ci sono più finanziamenti istituzionali, ed il Programma Nazionale AIDS, che ha permesso l’identificazione di numerosi meccanismi d’azione del virus e di diversi meccanismi immunologici di grande importanza per la protezione dell’ospite, nonché lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche, è stato chiuso. Questo ha drasticamente ridotto le possibilità dei ricercatori di base di portare avanti i loro progetti – e ne ha costretti molti ad emigrare.”
L’IMPEGNO DELL’EMILIA ROMAGNA – RIMINI E LA PROVINCIA – “La provincia di Rimini non è stata scelta a caso per organizzare il Convegno, infatti, è quella che ha un’incidenza maggiore – aggiunge la dott,ssa Laura Sighinolfi, infettivologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara, e altro presidente del Congresso – in fatto di nuovi casi, non soltanto a livello regionale ma anche a livello nazionale. In Emilia Romagna ogni anno ci sono circa 400 nuovi casi, nel periodo 2006-2013 si è avuta una media regionale di 8,7 nuovi casi ogni 100mila abitanti, superiore rispetto a quella nazionale. La zona di Rimini con 11 casi per 100mila abitanti si attesta su valori piuttosto elevati”.