La ricerca è durata dieci anni, durante i quali i ricercatori sono riusciti ad individuare circa 300 delle specie diverse del batterio: metà di questi ceppi erano ancora sconosciuti
Scienziati australiani hanno guidato una ricerca internazionale per decodificare i geni di un letale superbatterio, detto Klebsiella pneumoniae, o KP, che non e’ facilmente trattato con antibiotici e uccide fino a meta’ delle persone infettate. Una particolare specie, detta KPC, da oltre un decennio causa gravi problemi in ospedali di tutto il mondo. Poiche’ esistono centinaia di specie di KP, e’ stato finora difficile scoprire quali componenti hanno in comune e quindi creare un vaccino efficace. Gli studiosi dell’Universita’ di Melbourne, guidati da Kathryn Holt del Bio21 Institute, specialista di genomica dei patogeni, hanno collaborato con ospedali e universita’ attorno al mondo per raccogliere e isolare circa 300 forme del batterio. Hanno poi ricostruito le sequenze di ciascuno dei genomi per individuare quali tratti genetici sono associati con le forme piu’ letali, fra cui la KPC. I batteri KP si diffondono attraverso sangue e urina, di solito attraverso contatto da persona a persona. I cateteri e i respiratori offrono un percorso che permette al batterio di entrare nel flusso sanguigno, il che ne spiega la diffusione negli ospedali. L’infezione in persone con sistema immunitario compromesso, specie malati bambini e anziani, puo’ essere mortale. I ricercatori hanno scoperto che i KP hanno un rivestimento colloso che impedisce che si asciughino e forma una biopellicola difficile da rimuovere dagli ospedali con metodi tradizionali di pulizia. Sono quindi essenziali procedure di controllo come il lavaggio regolare delle mani per prevenire la diffusione. “Non sarebbe sufficiente studiare poche specie isolatamene, e’ necessario esaminarne centinaia, come abbiamo fatto, per cominciare a individuare dei modelli”, scrive Holt su Proceedings of the National Academy of Sciences. “Solo con quest’ampia ricognizione, con specie ottenute da tutto il mondo, e’ possibile conoscere i componenti che questi batteri hanno in comune e quindi formulare un vaccino”, aggiunge. Delle 300 specie esaminate, meta’ erano sconosciute, riferisce Holt. “Questo indica che vi e’ una grande diversita’. La ricerca ha impiegato 10 anni, ma e’ ancora presto per dire quando si potra’ ottenere un vaccino”, avverte.
