Il lavoro pubblicato sulla rivista ‘Nature Medicine’ getta le basi per un nuovo approccio farmacologico per la malattia neurodegenerativa noto come il morbo di Alzheimer
Svelata una nuova causa implicata nel danno cerebrale e nel deficit cognitivo nella malattia di Alzheimer, che colpisce più di 35 milioni di persone nel mondo. Merito di un lavoro pubblicato sulla rivista ‘Nature Medicine’ dall’università di Verona. La scoperta scientifica dell’ateneo scaligero fornisce “un contributo fondamentale nella conoscenza della genesi dell’Alzheimer, gettando luce sul ruolo del sistema immunitario e dei neutrofili e identificando un nuovo potenziale approccio farmacologico nella malattia di Alzheimer rappresentato dell’integrina Lfa-1”.

“E’ stato scoperto che i neutrofili – evidenzia Constantin – sono coinvolti nell’induzione della patologia in modelli sperimentali di Alzheimer ed è stata svelata la presenza di neutrofili nel tessuto cerebrale proveniente da autopsie effettuate su pazienti con Alzheimer. Lo studio ha inoltre identificato l’integrina Lfa-1 (Leukocyte Function-Associated Antigen-1), una proteina presente sui neutrofili, in grado di mediare l’adesione di questi globuli bianchi alla parete dei vasi sanguigni e la loro successiva migrazione nel cervello. Il blocco terapeutico dell’Lfa-1 è stato in grado di ridurre notevolmente la formazione di aggregati di materiale proteico formato da amiloide e tau che caratterizzano la malattia dal punto di vista neuropatologico e di impedire lo sviluppo del deficit cognitivo in modelli sperimentali di malattia di Alzheimer”. “Di particolare importanza per un’eventuale applicazione clinica – conclude l’esperta – è la dimostrazione in questo studio scientifico che la terapia di breve durata in grado di interferire con la funzione dei neutrofili ha un effetto benefico prolungato sulle funzioni cognitive se applicata nella fase iniziale di malattia. Questo suggerisce che l’intervento terapeutico precoce proposto dal gruppo veronese possa essere molto efficace sulla malattia anche quando somministrato per tempi brevi e quindi con meno possibilità di sviluppo di effetti collaterali”.